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Doppio esame per la tenuta della Ue

di Beda Romano

La crisi debitoria è fatta di alti e bassi, di momenti turbolenti e di acque più calme. Il mese di ottobre inizia con una serie di riunioni politiche e monetarie che dovrebbero contribuire a rassicurare gli investitori. Purtroppo però l'iter decisionale è lento, tortuoso e segnato dagli interessi nazionali. Le scelte giungono in ritardo, con il risultato spesso di deludere più che di tranquillizzare i mercati.

Il voto della settimana scorsa al Bundestag, quando la Camera Bassa del Parlamento tedesco ha finalmente approvato il nuovo fondo di stabilità europeo Efsf, ha consentito all'Europa di tirare un sospiro di sollievo. Un'eventuale bocciatura tedesca avrebbe trascinato la zona euro nel baratro e indotto probabilmente altri Paesi a seguire la stessa strada. Ormai manca all'appello una manciata di Paesi.

Amadeu Altafaj, il portavoce del commissario europeo per gli Affari economici e monetari Olli Rehn, ha insistito con la Slovacchia perché approvi rapidamente l'Efsf. Il problema è che a Bratislava il partito Libertà e Solidarietà (SaS), membro della coalizione al governo, ha promesso il suo appoggio in Parlamento solo se vi sono certezze che gli slovacchi non dovranno sborsare denaro.

«Non posso immaginare la rinegoziazione di accordi conclusi e già ratificati da altri Paesi», ha spiegato Maros Sefcovic, commissario slovacco alle relazioni inter-istituzionali. Il voto nel Parlamento slovacco dovrebbe aver luogo a breve, ma c'è incertezza sulla data. Il Parlamento l'ha fissato per il 25 ottobre, ma il Governo vorrebbe che lo scrutinio avesse luogo prima del vertice europeo del 17-18 ottobre.

Molti osservatori temono comunque che il nuovo Efsf nasca vecchio. Certo, la dotazione del fondo passa a 440 miliardi di euro, e il salvagente europeo potrà aiutare sia i Paesi in crisi che le banche in difficoltà. Ma l'impressione è che la potenza di fuoco non sia sufficiente. «Purtroppo è ancora presto per pensare che le autorità europee possano immaginare a breve un piano più ambizioso per affrontare la crisi», spiegano gli analisti di Citigroup.

Tutt'al più, quindi, la ratifica dell'Efsf da parte di tutti i Paesi della zona euro aiuterà nel breve termine. Purtroppo neppure il benestare dei governi al nuovo Patto di stabilità, previsto domani in sede di Ecofin, potrà essere decisivo nella risoluzione della crisi. La stessa Commissione si rende conto che il nuovo assetto di controllo dei conti pubblici è uno strumento per il futuro, non per il presente.

Il pacchetto di provvedimenti, approvato la settimana scorsa dal Parlamento europeo, prevede un attento monitoraggio dei conti pubblici e della spesa statale, un procedimento sanzionatorio anche per i Paesi in debito eccessivo, un'analisi degli squilibri finanziari per evitare l'emergere di bolle speculative e la possibilità per i deputati di invitare ministri delle finanze nazionali a spiegarsi in aula.

Anche se giungono in ritardo e prevedono sanzioni semi-automatiche (e non automatiche) per i Paesi in deficit eccessivo, le misure riflettono il desiderio di trarre qualche conclusione dalla crisi e di tentare di evitare un nuovo sconquasso debitorio. «Il Parlamento europeo ha esercitato al massimo il suo nuovo potere di codecisione», nota Benedicta Marzinotto, una ricercatrice dell'istituto Bruegel a Bruxelles.

Ma anche dietro a questo passaggio pur positivo, si nascondono delusioni, e non solo perché il pacchetto non potrà risolvere la crisi di oggi (forse permetterà di evitare quella di domani). Se l'assetto istituzionale dell'Unione è diventato più democratico, è anche vero che il dibattito in Parlamento ha mostrato profonde divisioni nazionali, un aspetto negativo che ricalca una tendenza evidente nel consiglio.

Sul fronte monetario, giovedì si riunirà la Banca centrale europea. L'istituto di Francoforte ha già preso atto del rallentamento economico e della difficile situazione bancaria. È probabile che la Bce decida di reintrodurre aste di rifinanziamento a 12 mesi a tasso fisso e ad ammontare illimitato. Altri sperano che il consiglio direttivo possa decidere di ridurre il costo del denaro, oggi all'1,5 per cento.

Alcuni banchieri centrali nazionali hanno aperto la porta a questa possibilità. Altri l'hanno chiusa. Il presidente Jean-Claude Trichet ha preferito non esprimersi, lasciando intendere che la situazione è fluida, la decisione incerta. Il dato dell'inflazione di settembre, al 3% annuo, ha sorpreso molti economisti, anche se un aumento era atteso rispetto ad agosto (2,5%).

La recessione incombente rende ancora più difficile il compito dell'Unione nell'affrontare lo sconquasso debitorio, tanto più che le decisioni politiche giungono dopo un lungo tira-e-molla negoziale che sembra vanificare la loro efficacia. Se i governi continueranno a mostrare divisioni e incertezze, anche un eventuale allentamento monetario da parte della Bce giovedì aiuterà il morale dei mercati solo nel breve termine.
 

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