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Doppia valutazione per i marchi

di Alessandro Galimberti

La somiglianza tra due marchi commerciali deve essere valutata analiticamente nel suo complesso, ma anche in relazione alla «impressione complessiva prodotta nella memoria del pubblico pertinente».
Con questa motivazione il Tribunale della Corte Ue, seconda sezione, ha annullato ieri la decisione dell'Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno (Uami), che nel 2009 aveva sdoganato il marchio "AJ Amici Junior" – registrato da una imprenditrice campana – ritenuto da Armani troppo simile ai propri loghi "AJ" e "AJ Armani Junior". Il merito della controversia resta comunque ancora in sospeso – nonostante l'efficacia della decisione dell'Uami sia stata annullata – perché il tribunale ha ritenuto di non avere gli elementi sufficienti per dirimere la questione in questo stato.
La vicenda era iniziata nel 2007, quando l'imprenditrice napoletana aveva presentato una domanda di registrazione del suo marchio, e relativo segno figurativo, all'Uami, marchio da utilizzare per abbigliamento, accessori vari, occhiali, pubblicità e franchising. Dopo la pubblicazione sul Bollettino dei marchi comunitari, nel 2008, Giorgio Armani spa aveva proposto opposizione, lamentando l'esistenza di diritti anteriori (il marchio italiano figurativo "AJ Armani Jeans" era stato registrato 5 anni prima, mentre "Armani Junior" risaliva al 2006). In prima battuta l'opposizione era stata accolta, ma un successivo ricorso davanti all'Uami si era concluso con la constatazione che i marchi in questione potevano coesistere, in quanto il più recente non era idoneo a creare confusione nei consumatori di riferimento. In particolare, secondo l'Ufficio di armonizzazione del mercato interno, la prevalenza nella sigla "AJ" nei due segni distintivi concorrenti non era sufficiente a ridurre in modo sensibile – quantomeno agli occhi dei destinatari del messaggio – le differenze visive, fonetiche e concettuali. Questo perchè, tra l'altro, «il consumatore di riferimento presta una particolare attenzione nell'acquisto dei prodotti o servizi» rientranti nel mercato scelto dalle due società, e quindi non si limiterebbe a un controllo superficiale del marchio e sarebbe pertanto in grado di risalire facilmente alla "casa madre". Di diverso avviso invece Giorgio Armani spa, che nel ricorso sottolineava come la sigla AJ sia «visivamente dominante all'interno del marchio» e che «i termini correnti "amici" e "junior" non vi aggiungono alcun elemento distintivo» e tra l'altro potrebbero essere associati proprio al logo di Armani stesso. In sostanza, secondo gli avvocati di Giorgio Armani spa, l'azienda campana «cercherebbe di trarre indebitamente vantaggio dai marchi celebri della ricorrente presentando il proprio segno come facente parte della medesima famiglia di marchi. Tale notorietà aumenterebbe il rischio di confusione tra i due segni». E proprio la notorietà di un marchio, scrive il Tribunale Ue, «è un elemento che dev'essere preso in considerazione per valutare se la somiglianza tra i segni o tra i prodotti e servizi sia sufficiente per provocare un rischio di confusione». L'errore commesso dalla commissione nella valutazione del caso, chiosa il tribunale, sta nell'aver indicato la capacità distintiva del marchio nel solo elemento "armani", ma senza motivare il percorso argomentativo e decisionale. Per questo la partita deve ora tornare all'inizio.

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