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Doppia mossa contro l’evasione Iva

Allo studio l’estensione di reverse charge e split payment dopo l’introduzione delle comunicazioni
Le aliquote, almeno quelle, non aumenteranno. L’ha detto chiaramente giovedì scorso il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, di fronte a una sparuta pattuglia di tredici senatori presenti in aula. L’Iva, però, resta una delle leve fondamentali che il Governo intende manovrare anche per rispondere alle richieste di correzione dei conti pubblici arrivate dalla Commissione europea. Quella che si delinea, in prospettiva, è una doppia mossa che punta a bloccare sul nascere due delle principali forme di evasione fiscale Iva: le frodi e i mancati versamenti.
La prima misura allo studio è l’estensione del meccanismo dello split payment. Introdotto a partire dal 1° gennaio 2015, prevede che l’Iva sulle forniture alle pubbliche amministrazioni venga versata direttamente dalla Pa all’Erario, senza passare nelle tasche dei privati.
Lo svantaggio – già evidenziato un paio d’anni fa – è che in questo modo i fornitori vengono pagati al netto dell’imposta e perdono una quota di liquidità, sia pure temporanea. Ma non c’è dubbio che, dal punto di vista di chi tiene le casse pubbliche, il meccanismo sia molto interessante: nel 2015, primo anno di anno applicazione, ha fruttato 7,2 miliardi; nel 2016, già a novembre si era arrivati a 9,5 miliardi, e il consuntivo di fine anno sarà ben oltre i 10, prendendo a riferimento il trend attuale.
È chiaro che queste somme sono al lordo dei rimborsi. Tuttavia, l’importo netto resterà comunque molto alto. D’altra parte, se è vero che la stragrande maggioranza dei fornitori della Pa avrebbe comunque versato l’Iva, è altrettanto evidente che lo split payment azzera quella componente di evasione che deriva dai mancati versamenti e che, in base alle ultime stime diffuse dal Mef, vale 8,4 miliardi all’anno se riferita a tutta l’economia (dati 2014).
L’ipotesi al momento più accreditata è quella di estendere questo meccanismo alle società pubbliche. Ma bisognerà attendere il via libera di Bruxelles e andranno valutati anche gli “effetti collaterali” di un eventuale allargamento, sia sotto il profilo finanziario che per le ricadute a livello complessivo di sistema Iva.
L’altro dossier riguarda una possibile estensione del reverse charge, istituto che sposta l’imposizione dal venditore all’acquirente e che a livello europeo è stato “autorizzato” per settori nei quali è documentato un alto rischio di frodi. Nelle prossime settimane potrebbero finire nel perimetro del reverse gli orafi, per alcune tipologie di operazioni, e gli operatori che vendono cereali non destinati alla vendita al consumo (si veda «Il Sole 24 Ore» del 1° febbraio).
Pesa ancora, però, la scottatura dello stop imposto da Bruxelles all’applicazione dell’inversione contabile alla grande distribuzione. Una bocciatura frutto della mancata indicazione del tipo di frode che si intendeva contrastare con il reverse charge per i fornitori di iper e supermercati.
In attesa di vedere quale forma prenderanno le misure sull’Iva, è certo che la mole dell’imposta evasa – il tax gap stimato è pari a 40,1 miliardi l’anno – offre ampi margini di recupero. Tant’è vero che già le misure contenute nell’ultima manovra hanno messo l’Iva nel mirino, puntando ad abbreviare i tempi che intercorrono tra la dichiarazione e il versamento del tributo. Una mossa che dovrebbe rendere più difficile la vita agli evasori e che dovrebbe portare nelle casse pubbliche 2,1 miliardi in più già quest’anno (contando anche l’effetto emersione sulle altre imposte).
Le stesse comunicazioni Iva, però, hanno innescato la protesta dei professionisti alle prese con i nuovi adempimenti, che ha contribuito alla decisione del Governo anticipata giovedì scorso a Telefisco: correre ai ripari con un emendamento al Milleproroghe per prevedere solo due invii per il 2017 e spostare la prima scadenza a metà settembre.

Cristiano Dell’Oste
Giovanni Parente

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