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Doppia «distrazione», no al ne bis in idem

Non c’è violazione del ne bis in idem se le condanne per bancarotta, pur relative alla distrazione di uno stesso marchio, riguardano azioni commesse in tempi diversi dal legale rappresentante di due società fallite e se sono differenti rispetto ai patrimoni impoveriti e alle masse creditorie colpite. La Corte di cassazione (sentenza 42834), respinge il ricorso con il quale si chiedeva l’applicazione del ne bis in idem per revocare la condanna più vicina nel tempo, inflitta dalla Corte d’appello. A parere della difesa con la doppia condanna, una datata 2014 e una inflitta nel 2010 per bancarotta per distrazione rispetto allo stesso bene materiale, il marchio d’impresa, era stato violato il principio del ne bis in idem. Il brand era stato in prima battuta ceduto fittiziamente, senza giustificazione economica o contropartita, ad una società di famiglia in grave crisi finanziaria in seguito fallita, era “passato” poi ad un’altra società che, al pari dell’altra, faceva capo al ricorrente, con una fuoriuscita definitiva del marchio dal patrimonio delle due società in favore di un’azienda straniera.
Per la Corte d’appello il fatto che il ricorrente avesse agito come legale rappresentante di due diverse società fallite, consente di escludere l’identità dei fatti, essendo ininfluente anche la circostanza, evidenziata dal ricorrente, che una controllava l’altra. Nè ha un peso che una delle due società dopo la cessione avesse cambiato denominazione, eliminando il marchio fino a cessare, due mesi dopo, l’attività. La Corte territoriale ha correttamente escluso la sovrapponibilità delle condotte.
Diverse erano, infatti, le società fallite e i patrimoni depauperati, le masse dei creditori danneggiate, le modalità e i tempi in cui le azioni erano state svolte. Pur escludendo la violazione nel caso esaminato, i giudici ricordano che la duplicazione del procedimento è sempre più una disfunzione da scongiurare. I giudici sottolineano, in linea anche con le indicazioni dei lavori parlamentari che hanno preceduto l’approvazione dell’attuale codice di rito, che il divieto di ne bis in idem ha assunto il rango di principio generale dell’ordinamento processuale ed è posto a tutela anche dei diritti fondamentali dell’imputato.

Patrizia Maciocchi

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