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Dopo Geronzi l’arrocco di Nagel

di Massimo Mucchetti

La vita è curiosa. E nel caso Generali-Mediobanca, dove s’incrociano carriere, potere e soldi dei manager nell’edizione italiana delle interlocking directorates anglosassoni, la vita è molto, molto curiosa. La storia, volendo essere precisi, comincia in Telecom Italia. Qui, il 15 marzo 2011, Gabriele Galateri di Genola, ora presidente in pectore delle Generali postgeronziane, era stato rimosso dalla presidenza della società controllante, la Telco, su iniziativa di due soci in particolare, Mediobanca e Generali. L’obiettivo era quello di ridimensionare il capo-azienda Franco Bernabé facendolo presidente a scartamento ridotto e promuovendo amministratori delegati due giovani manager interni, Marco Patuano e Luca Luciani, che l’uscente, pur avendoli fatti crescere, non riteneva ancora pronti. Il passato Può stupire questa mossa, peraltro riuscita solo in piccola parte perché Bernabé diventa presidente esecutivo con ampie deleghe, Patuano è limitato all’Italia e Luciani, ridimensionato a direttore del Sud America, ha già ricevuto un avviso di garanzia. Ma può stupire solo a metà. Non bisogna dimenticare, infatti, che la nomina di Bernabé era stata subìta dai top manager della banca. Alberto Nagel e Renato Pagliaro erano d’accordo con Gaetano Micciché, di Intesa Sanpaolo, per assegnare la poltronissima dei telefoni al manager alberghiero Gabriele Burgio. I tre preferivano il gerente di Nh Hotels al risanatore dell’Eni. Non parve vero a Cesare Geronzi, allora presidente di Mediobanca in cerca di onnipotenza, di cogliere la palla al balzo per mettere in imbarazzo i suoi giovani. Ecco dunque il fido Tarak Ben Ammar che va da Giovanni Bazoli, presidente di Intesa, a dirgli dei timori dei soci francesi di Mediobanca: lo «spagnolo» Burgio non ha il curriculum di Bernabé ed è sospettabile di intelligenza con Telefonica, il socio madrileno di Telco interessato ad assorbire Telecom Italia. Bazoli, che non aveva ancora affrontato il dossier, prende atto e schiera Intesa contro Burgio ricevendo da Tarak (e dunque da Geronzi) la richiesta di indicare il capo azienda. E’ così che Bernabé rinasce in Telecom Italia. Galateri, invece, diventa presidente di Telecom nel segno della riconciliazione allargata. Gentiluomo torinese cresciuto alla scuola di Umberto Agnelli (malvista in Piazzetta Cuccia), Galateri era stato scelto nel 2003 come presidente di Mediobanca dopo la defenestrazione di Maranghi. Avrebbe dovuto garantire i nuovi «padroni» senza dispiacere alla dirigenza interna di estrazione maranghiana. Missione compiuta fino a quando, 6 anni dopo, deve passare la mano a Geronzi. L’amara pillola viene addolcita da un’ottima liquidazione, comunque inferiore ai 16,65 milioni più 3,3 di compenso annuale avuti da Geronzi (un costo incomprensibile se associato al rimbalzo del titolo alla notizia delle dimissioni del quale il consiglio di amministrazione dovrebbe, in teoria, dar conto). E, di lì a poco, dimenticata grazie alla presidenza di Telecom, a garanzia di tutti. E ora il terzo, dorato incarico: Generali. Dove viene portato da quanti l’avevano scaricato in Telecom. Eviterà così il parcheggio alla Telco, che Perissinotto gli aveva promesso quale premio di consolazione, irritando profondamente il collega Aldo Minucci che da quella posizione aveva a lungo punzecchiato Galateri e Bernabé. La convergenza su Galateri, dunque, obbedisce al criterio della continuità dei gruppi dirigenti manageriali più che al rinnovamento. Ancorché questi gruppi, in altre circostanze, tendano a cooptare volti nuovi, i quali finiscono con il restare legati ai soggetti cooptanti. Mediobanca ha sempre avuto manager fedeli da inviare sui fronti caldi a presidiare i suoi crediti e le sue partecipazioni. Il più famoso è stato Cesare Romiti, che di Mediobanca sarebbe diventato presidente se non fosse stato azzoppato da una sentenza non definitiva (altri tempi). Nuovi fronti In alternativa a Galateri erano fioriti altri nomi. Uno, Mario Monti, più mediatica che reale, anche perché l’ex commissario Ue è nella riserva della Repubblica per incarichi di più ampio respiro. Un altro, il famoso consulente Roland Berger, improvvisato come ballon d’essai . Un terzo suggerito infine da Francesco Gaetano Caltagirone in un conciliabolo tra soci: «Galateri va bene. Ma avete chiesto prima a Fabrizio?» . A differenza di Monti e Berger, Palenzona ha avuto un ruolo forte nel club che ha vinto la partita con Geronzi. E in vista della reazione dei francesi e, soprattutto, delle loro amicizie berlusconiane avrebbe potuto giocare ancora. Ma l’indiretto suggerimento di Caltagirone non è stato raccolto dal banchiere di Piazzetta Cuccia, che pure ricorda il ruolo di Palenzona a tutela sua e di Pagliaro quando Geronzi stava già rimodellando la governance della banca d’affari milanese a sua immagine e somiglianza con l’iniziale consenso di Unicredit. In questo fin de non-recevoir sembra riecheggiare la pregiudiziale sfiducia geronziana verso le fondazioni e i loro uomini. Ma forse queste sono solo impressioni degli astanti. Al di là dei giri di valzer sulle poltrone, saranno i fatti a condizionare le partite future. Sistemate le Generali, dove ora sono attesi risultati in crescita, il teatro delle operazioni diventa Mediobanca, il cui sindacato azionario può essere disdettato a settembre. Il presidente di Unicredit, Dieter Rampl, ha ribadito la posizione già anticipata sul Corriere da Palenzona: «Unicredit è il perno di Mediobanca, e Mediobanca quello di Generali» . La conferma del patto nella forma attuale, magari un po’ più snello, non più al 44 ma al 35-36%, è l’obiettivo di Nagel. Ma è tutta da costruire. Rampl vuol rivedere la governance. In effetti, la concentrazione di poteri nelle mani dei manager non ha troppi precedenti in Generali, dove i presidenti sono di solito forti, mentre quella che si prospetta ora è una carica senza deleghe. Nella Mediobanca del dopo Maranghi, dove pure i soci bancari pretendevano l’influenza loro negata negli anni d’oro, al management era stata infine assegnata una posizione formale fortissima anche allo scopo di contrastare Geronzi. Basti confrontare le regole di Piazzetta Cuccia con quelle delle altre grandi banche. La domanda dunque è: caduto Geronzi, tanto potere ai manager sarà confermato da chi elegge i consigli? Il dubbio c’è. Senza il «corpo estraneo» del banchiere di Marino, tutti si sentiranno più liberi. Al momento, l’ambizione di Nagel sembra quella di coinvolgere i soci, ma senza condividere la cabina di regia. La purezza privatistica dell’istituto è un mito cui si giustappone la realtà delle fondazioni, dei francesi, di Unicredit, delle società berlusconiane che, in tempi e modi diversi, hanno fatto comodo e che vogliono capire che cosa guadagnano dal dopo Geronzi.

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