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Dopo-Fed, volano i tassi d’interesse

La sbornia della liquidità a costo zero è destinata a finire. Questo è il messaggio che i mercati hanno recepito dal governatore della Fed Ben Bernanke che al direttivo di mercoledì ha parlato di una possibile riduzione degli stimoli monetari già entro quest’anno. Ora però bisognerà fare i conti con i postumi di un’ubriacatura che dura dal 2009, quando la Federal Reserve ha varato il primo di una serie di piani di Quantitative easing con cui, acquistando titoli di Stato sul mercato, ha iniziato a stampare moneta.
La misura ha avuto l’effetto di appiattire la curva dei rendimenti dei titoli Usa portandoli ai minimi storici la scorsa estate: all’1,43% per la scadenza decennale, allo 0,56% per quella a cinque anni. La prospettiva di una riduzione della liquidità, a cui Bernanke ha fatto riferimento già lo scorso 22 maggio, ha tuttavia cambiato le carte in tavola. Senza la Fed pronta a comprare, i rendimenti Usa non possono fare altro che salire. In parte lo hanno già fatto in questi ultimi mesi proprio per le aspettative create da Bernanke. Quando poi il governatore nel direttivo di mercoledì ha dato anche una precisa indicazione temporale per questo passaggio (entro la fine dell’anno) il movimento è stato particolarmente marcato.
L’impatto sugli spread
Ieri il tasso del Tbond decennale ha toccato un picco di seduta al 2,46%, ai massimi da settembre 2011. Un’impennata che ha avuto un effetto a cascata su tutto il mercato obbligazionario europeo interessando sia i titoli di Stato dei Paesi più solidi come la Germania che quelli dei Paesi periferici come l’Italia. Il tasso del BTp decennale, che mercoledì viaggiava intorno al 4,25% ieri ha registrato un balzo fino a un massimo di seduta del 4,56 per cento. Il rendimento del Bund, che mercoledì era all’1,56% ieri si è impennato fino a un picco intraday dell’1,67 per cento.
Il rialzo dei tassi, ieri particolarmente violento, è in atto in realtà dai primi di maggio. Sulla scia dei Tbond americani e dell’alta volatilità che ha colpito lo yen e la Borsa di Tokyo, i tassi sul Bund decennale, che un mese e mezzo fa erano sotto l’1,2%, sono risaliti del 42 per cento. Per Bonos e BTp il rialzo è stato del 20 per cento.
La “bolla” emergenti
La prospettiva di una riduzione della liquidità ha avuto, e con ogni probabilità avrà, un impatto nettamente superiore su bond e valute dei Paesi emergenti. Il rally che hanno messo a segno negli ultimi anni questi asset è stato nettamente amplificato dalla speculazione sulla liquidità. Il gioco in gergo viene chiamato “carry trade” e funziona così: gli investitori si indebitano in dollari a costo irrisorio e investono in asset ad alto rendimento lucrando sul differenziale tra i tassi. Un “trade” molto comune che può diventare molto redditizio quando entra in gioco l’elemento valutario. E cioé se la moneta in cui si investe si rivaluta sul dollaro. Questo è successo soprattutto tra il 2009 e il 2010, biennio in cui, per citare i casi più eclatanti, il rand sudafricano e il real brasiliano si sono apprezzati di oltre il 40% sul biglietto verde.
Ora però il castello ha iniziato a sgretolarsi. In vista di una graduale riduzione del QE il dollaro si è rafforzato. Soprattutto sulle valute emergenti (le monete di Brasile e Sudafrica si sono svalutate sul dollaro del 7 e 9% in un mese). Il mercato si è ritrovato così a chiudere in fretta le posizioni per evitare perdite. Tutti i principali indici che monitorano i bond emergenti, che in questi anni avevano corso questa sosta, hanno invertito bruscamente la rotta.
Per quanto ancora potrà durare questo trend? «Nonostante la recente volatilità, sono convinto che il rialzo dei tassi dei Treasury sia a un punto di arrivo – commenta Domenico Rizzuto di DR Finance consulting – mentre per gli emergenti è altamente probabile che la correzione sia più ampia». La fuga degli investitori è peraltro fotografata dagli ultimi dati Epfr global: nella seconda settimana di giugno fondi azionari e bond specializzati nel Paesi emergenti hanno registrato un deflusso netto pari a 8 miliardi di dollari.

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