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Dollaro sotto pressione, l’euro vola a 1,14

Ufficialmente governare il tasso di cambio non è tra gli obiettivi della Banca centrale europea. Ma ovviamente un euro troppo forte o troppo debole è una variabile chiave nel conseguire quello che il suo statuto espressamente indica come obiettivo: la stabilità dei prezzi.
E, alla luce dei problemi di deflazione in cui versa l’area euro di certo Mario Draghi non ha di che gioire dell’apprezzamento della moneta unica risalita ieri oltre la soglia di 1,14 dollari. Un balzo sui massimi da cinque mesi proprio nel giorno in cui Eurostat ha certificato il nuovo calo dell’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona: -0,1 per cento. E poche settimane dopo la decisione della stessa Banca centrale europea di tagliare i tassi di interesse ed ampliare gli stimoli monetari (più Quantitative easing e nuovi finanziamenti agevolati al settore bancario). Misure che in teoria avrebbero dovuto svalutare la moneta unica ma che non lo hanno fatto visto che dal giorno del direttivo l’euro ha guadagnato il 3,3% sul dollaro.
Questo non è successo non tanto per demerito della Bce quanto perché le sue misure hanno dovuto confrontarsi con la retorica della sua controparte d’oltreoceano: la Federal Reserve (Fed).
La banca centrale Usa, alle prese con un processo di normalizzazione della sua politica monetaria, ha fatto capire di volere agire con estrema prudenza nell’alzare il costo denaro. In questo senso in particolare vanno lette le dichiarazioni di martedì scorso del numero uno Janet Yellen che, citando i possibili contraccolpi a livello internazionale di un dollaro troppo forte, ha dichiarato ancora una volta la propria intenzione di voler agire con cautela. Parole che hanno rimesso sotto pressione i corsi del bigliettoverde. Il dollar index, paniere che misura l’andamento medio del tasso di cambio rispetto alle sei principali controparti, ha registrato nel primo trimestre 2016 un calo di oltre il 4 per cento. La sua peggior performance dal 2010 a questa parte.
Ieri l’indice ha toccato nuovi minimi dal 30 giugno 2015. Lo spunto per andare al ribasso sulla valuta Usa è arrivato dai dati sulle richieste settimanali di sussidi alla disoccupazione risultati in rialzo a 276mila unità. Di poco sopra i 260mila attesi dal consensus degli analisti. Ma è stato un pretesto per una speculazione di giornata e nulla più. Sebbene le richieste di sussidi siano risultate in crescita nelle ultime tre settimane il loro livello si conferma storicamente basso. E un’ulteriore testimonianza del buono stato di salute dell’economia americana dovrebbe arrivare oggi dalle statistiche ufficiali sul mercato del lavoro da cui ci si attende un tasso di disoccupazione invariato al 4,9%, sui livelli pre-crisi.
I dati macro insomma dicono che l’economia Usa è in ottima salute ma la retorica dei banchieri centrali fa pensare che la stretta non arriverà tanto presto. Il cambiamento di aspettative degli investitori è ben fotografato dalle quotazioni dei futures. Se l’ipotesi più probabile resta sempre quella di due ritocchi all’insù del costo del denaro, con una probabilità del 41,3% che i tassi di riferimento si attestino allo 0,75% a fine anno, il mercato nell’ultimo mese ha iniziato a scontare maggiormente la possibilità di un solo rialzo. La probabilità implicità di un costo del denaro allo 0,5% a fine anno è balzata dallo 0,8 al 37% nel giro di un mese.
Del calo del dollaro peraltro c’è chi ha da festeggiare. Mercati emergenti e materie prime, le classi di investimento che più di altre hanno risentito della decisione della Fed di normalizzare la propria politica monetaria, sono quelle che hanno corso di più nell’ultimo mese. L’indice delle Borse dei Paesi in via di sviluppo (Msci Emerging Markets) a marzo ha guadagnato il 13% con la miglior performance mensile da maggio 2009. Secondo una stima resa nota ieri dall’Institute of International Finance a marzo ci sono stati flussi netti di capitale di 36,8 miliardi di dollari sui Paesi in via di sviluppo. Una netta accelerazione rispetto ai 5,4 miliardi di febbraio e il miglior dato da 21 mesi a questa parte. «L’entità degli afflussi – commenta Giuseppe Sersale, Strategist di Anthilia Capital Partners Sgr – lascia il sospetto che nel breve l’euforia su emergenti sia un po’ eccessiva. Detto ciò, sembra improbabile che un movimento del genere si arresti dopo solo un mese, visto quanto lunga è stata la fase di fuga».

Andrea Franceschi

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