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Dollaro più forte ma non troppo Il difficile equilibrio della Yellen

La prima reazione del dollaro al nuovo outlook di politica monetaria della Federal Reserve – due rialzi dei tassi di interesse attesi entro fine 2023 anzichè slittati al 2024 per maggior ottimismo sulla crescita e qualche ansia in più sull’inflazione – è parsa chiara. Subito dopo la presa di posizione della Fed ha guadagnato quasi lo 0,8%, il massimo dal marzo 2020, misurato rispetto ad un paniere di sei grandi valute. E ieri ha confermato il rafforzamento. Il cammino del dollaro, e le sfide che potrà presentare all’amministrazione di Joe Biden, è però men che prescritto. Con gli analisti che al cospetto delle incognite che tuttora regnano su ripresa e prezzi – citate dallo stesso chairman della Banca centrale Jerome Powell – appaiono cauti su ipotesi di prolungate e convinte avanzate.

Per Casa Bianca e Tesoro lo scenario ideale potrebbe comprendere una valuta sì solida, in sintonia con l’importanza strategica del ruolo di riserva globale e capace anche di contribuire a tenere sotto controllo l’inflazione, importata e da materie prime pagate in dollari. Ma non troppo forte, che danneggi esportazioni e piani di crescita in uscita dalla grave crisi da pandemia. Insomma, un complesso equilibrio.

L’altra certezza è che Biden e il suo segretario al Tesoro Janet Yellen, se seguiranno con attenzione gli sviluppi sui mercati, intendono voltar pagina rispetto alle scomposte e imprevedibili minacce interventiste dell’era di Donald Trump. Hanno sposato un tradizionale distacco sulle valute, che eviti spettri di manipolazione e incoraggi stabilità. Trump, rompendo ogni protocollo, aveva denunciato una divisa troppo forte causa di svantaggi competitivi.

La rottura è stata sintetizzata da Yellen durante una testimonianza al Senato. «Credo in tassi di cambio determinati dai mercati. Gli Stati Uniti non cercano una valuta più debole per avvantaggiarsi». Qualcuno ha tuttavia sottolineato che Yellen, nell’occasione, non ha riaffermato neppure la dottrina di fondo dello “strong dollar” per motivi di interesse nazionale, delineata in era contemporanea da un altro segretario al Tesoro democratico, Robert Rubin, nel 1995.

Tra gli analisti le scommesse sul dollaro sono così aperte e ostaggio di dati e concrete mosse politiche da aspettare al varco. La valuta è reduce da un 2020 debole – il calo più pronunciato dal 2017 – seguito, prima di questa settimana, da leggeri rialzi. Sulla valuta continuano inoltre a premere i deficit gemelli, fiscale e commerciale. Ma Mickey Levy, economista di Berenberg, legge qualcosa di più in quell’andamento: ha attributo finora «un dollaro più debole, nonostante la notevole performance economica al paragone con altre potenze, anzitutto ad una politica eccessivamente accomodante della Fed». Vale a dire che «se la Banca centrale darà seguito ad una normalizzazione, il dollaro dovrebbe rafforzarsi». Correzioni d’una «modesta sottovalutazione» rispetto al G10 sono in gioco per John Doyle di Tempus.

Deutsche Bank ha a sua volta evidenziato i guadagni attuali del dollaro. Deutsche e Goldman Sachs hanno abbandonato puntate su ribassi del dollaro contro l’euro. Goldman ha tuttavia precisato di continuare a prevedere una «generale debolezza» nella valuta, in parte legata ad ampliamenti della ripresa globale. Rbc Capital Markets ha aggiunto che se la divisa Usa potrà «difendere i rialzi», molto dipenderà poi da ulteriori «sorprese positive» sulla ripresa.

Altri osservatori sono più convinti quando si tratta di previsioni al rialzo, almeno nel breve periodo. TD Bank ipotizza un rialzo del dollaro del 2% in estate. Per Westpac «il cambiamento da parte della Fed dovrebbe complicare il clima per gli asset più rischiosi e rafforzare il sostegno al dollaro». La nuova partita sul dollaro, come sull’economia, è però solo agli inizi.

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