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Dollaro: il re è stanco. E l’erede non si trova

di Massimo Gaggi

L’ era del dollaro, che regna incontrastato da quasi 70 anni, sta per finire? Quando presidente cinese Hu Jintao dice che un sistema basato su un’unica valuta di riserva è «un prodotto del passato» , quasi una reliquia, annuncia la «sfida mortale» dello yuan al dollaro? O la moneta Usa è destinata a rimanere ancora a lungo l'unico punto di riferimento come sembrerebbe suggerire il fatto che proprio Pechino, nonostante le minacce di diversificazione, continua a investire il grosso delle sue riserve valutarie in biglietti verdi? Fino a non molto tempo fa un’America economicamente indebolita, ma sempre molto forte sul piano militare e come leadership politica, continuava a essere considerata dagli investitori l'unico rifugio veramente sicuro. Scenari geopolitici internazionali sempre più complessi, la scoperta di essere un Paese fortemente indebitato e profonde divisioni di politica interna stanno però ridimensionando questo ruolo guida. Il vecchio mondo In passato, ogni volta che nel mondo spiravano venti di guerra o comunque di grande instabilità, il dollaro si rafforzava. Stavolta le rivolte nel mondo arabo e lo shock petrolifero che ne derivato non hanno provocato la solita corsa verso il dollaro bene rifugio. Anzi, la valuta Usa ha perso terreno rispetto all'euro allo yen. Cosa sta accadendo? Quando Valéry Giscard d'Estaing, allora ministro delle Finanze della Francia, definì un «privilegio esorbitante» per gli Stati Uniti fatto di disporre dell'unica valuta di riserva del mondo, gli americani sorrisero e reagirono con un'alzata di spalle. Erano gli anni 60: gli Usa erano l'unico faro dell’Occidente e il dollaro il sovrano assoluto dei mercati finanziari. Al punto che qualche anno dopo, quando i primi venti di crisi valutaria spinsero presidente Nixon a sganciare dollaro dalla convertibilità in oro aprendo l'era della libera fluttuazione della moneta Usa, il ministro del Tesoro Usa John Connally gelò i preoccupatissimi governanti europei con una frase beffarda rimasta nella storia: «Il dollaro è la nostra valuta ma il vostro problema» . Parole degli anni ’ 70, di un altro mondo: il Giappone si era appena affacciato sui mercati, la Cina non esisteva sul piano economico, la Ue si chiamava Cee, una realtà ancora piccola gracile. Quella di oggi è tutta un'altra realtà, salvo che per una cosa: dollaro continua a dominare nel mondo anche se la quota del Pil mondiale generata dagli Stati Uniti è scesa da quasi metà al 20%e se l'America ormai contribuisce solo per l'11%al commercio mondiale. Una situazione quasi paradossale che sta per finire, sostiene Barry Eichengreen, ascoltato storico dell’economia che insegna a Berkeley, in un saggio sul dollaro, appena pubblicato. Il libro — che ha per titolo l'espressione usata da Giscard, «Exorbitant Privilege» — ripercorre straordinaria avventura del dollaro, sottolinea che tuttora l'85%delle transazioni commerciali mondiali avviene in valuta Usa (comprese tutte quelle petrolifere) e cita casi come quello degli scambi tra Cile e Sud Corea, che avvengono sempre dollari anche se le operazioni finanziarie non passano per piazze americane e se solo un quinto del commercio dei due Paesi è con gli Usa. Evoluzione Eichengreen sostiene, però, che le cose stanno per cambiare: il regno del dollaro volge tramonto. I tre pilastri sui quali si basa la sua forza — l'incedibile mole della ricchezza denominata in dollari sui mercati finanziari, il rifugio sicuro offerto dagli strumenti in dollari che sono caratterizzati da un elevatissimo grado di liquidità e l'assenza di alternative — sono, infatti, tutti soggetti un processo erosione. Le nuove tecnologie digitali applicate alla finanza — nota ad esempio l'economista di Berkeley — minano il monopolio del dollaro perché rendono possibile il confronto in tempo reale dei valori delle altre valute e il loro scambio sui canali elettronici senza più bisogno del ruolo «arbitrale» di garanzia del dollaro. Per la prima volta da più mezzo secolo, poi, il dollaro sta per avere rivali veri: lo yuan che Pechino, uscendo gradualmente dalla logica della valuta «amministrata» , ha tutto l'interesse a far crescere come un protagonista liberamente convertibile fluttuante sui mercati. E poi l'euro, che sopravviverà alle tempeste della crisi del debito pubblico in Europa grazie alle emissioni di eurobond. Discussioni L'analisi di Eichengreen ha fatto molto discutere e non tutti sono d'accordo. Sono in molti sottolineare che in passato l'economista californiano ha dato giudizi molto più severi sul futuro della moneta europea, mentre la Cina continua a gestire con pugno di ferro la sua politica monetaria. Lo yuan viene, infatti, fatto rivalutare sul dollaro a passo di formica, anche qualche segnale d'apertura c'è: come nel caso della Bank of China che ha cominciato a offrire conti bancari denominati yuan anche nella sua filiale New York, mentre a Hong Kong il mercato delle obbligazioni valuta cinese è quadruplicato in poco tempo. Eichengreen ammette che cambiamento non è dietro l'angolo (anche Hu Jintao, quando parla di fine della sovranità del dollaro, avverte che si riferisce a un processo di lunghissimo periodo) e sostiene che il «biglietto verde» probabilmente non verrà soppiantato da un'altra valuta ma, più probabilmente, da un «paniere» composto da euro, yuan e dallo stesso dollaro. Nei fatti, però, verrà meno quel ruolo di riserva, quel primato che oggi consente all'America e alle sue imprese di finanziarsi senza limiti e a costo molto basso. Il Nobel per l'Economia Robert Mundell è scettico: non crede che il dollaro, per quanto indebolito, possa essere messo alle corde tanto presto: «Fra 90 anni sarò ancora qui» . Ma altri sono convinti che si è messo moto un processo irreversibile accelerato dalla Fed: con la sua politica monetaria super accomodante per sostenere l'economia, la Banca centrale tende indebolire il ruolo del dollaro il suo valore. Cosa succederà nel mondo con la fine dell'impero del dollaro? Difficile immaginarlo oggi. Per l'America, comunque, significherà capitali in prestito più difficili da ottenere e più onerosi: cosa che costringerà Washington a un comportamento fiscale più responsabile. È anche prevedibile una svalutazione del dollaro che, secondo Eichengreen, raggiungerà negli anni il 20 per cento: gli americani dovranno rassegnarsi a una riduzione della loro ricchezza (meno 1,5-2 per cento), ma col «mini dollaro» il Paese potrebbe diventare più stabile, grazie all'aumento dell'export che farà calare il deficit commerciale.

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