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Dollaro giù in attesa di Bernanke

di Daniela Roveda

Agitati e nervosi, i mercati sono in attesa oggi di un evento di portata storica, la prima conferenza stampa indetta dal governatore della Banca Centrale americana al termine della consueta riunione del comitato esecutivo della Federal Reserve, l'Open Market Committee. Una conferenza stampa di per sé non dovrebbe essere un evento di significato storico, ma nel caso del governatore della banca centrale della più grande economia del mondo ogni piccolo dettaglio ha il potenziale di influenzare le aspettative degli operatori e muovere i mercati internazionali.

Gli addetti ai lavori non si aspettano rivelazioni a sorpresa dal governatore Ben Bernanke, anzi prevedono che la Fed confermi il corso della politica monetaria, lasci i tassi di interesse invariati a livelli vicini a zero e concluda in giugno il programma da 600 miliardi di dollari di monetizzazione del debito pubblico come anticipato. Ma una semplice parola in più o in meno, una pausa troppo lunga, la scelta di un particolare aggettivo e persino l'ordine con cui altri funzionari entreranno nella sala stampa potrebbero dare adito a interpretazioni imprevedibili da parte degli economisti e degli addetti ai lavori.

Secondo quanto è trapelato, quindi, il governatore Ben Bernanke si è preparato con grande attenzione e disciplina alla prima conferenza stampa in cui i giornalisti – solo quelli accreditati in Parlamento – potranno rivolgergli domande a voce. In altre (rare) occasioni il governatore aveva infatti risposto solo alle domande dei giornalisti sottoposte per iscritto.

Le altre novità di questo esperimento dettato dal desiderio di aumentare la trasparenza del processo decisionale della Federal Reserve sono la pubblicazione delle dichiarazioni ufficiali del comitato esecutivo alle 12.30 (ora americana) anziché alle 14.15 (per dar tempo alla stampa di preparare le domande); e la pubblicazione immediata, anziché dopo tre settimane, delle previsioni macroeconomiche della Fed su crescita, occupazione, inflazione e così via per l'anno in corso e per i successivi due anni.

Ciò che i mercati cercheranno di dedurre oggi dalle parole del governatore Bernanke è quando la Fed deciderà di invertire il corso della politica monetaria e quali sono le sue previsioni sui trend inflazionistici negli Stati Uniti. Finora Bernanke ha lasciato intendere di non essere preoccupato, e ha dichiarato addirittura che i recenti aumenti dei prezzi delle materie prime sono fenomeni temporanei. Gli ultimi dati economici pubblicati ieri – un aumento dell'indice della fiducia dei consumatori in aprile da 63,8 a 65,4 e un calo delle aspettative di inflazione per il 2012 dal 6,7% al 6,3% – paiono confermare la sua interpretazione.

In questo contesto quindi, e senza indicazioni su quando la Federal Reserve deciderà di stringere la politica monetaria e far salire i tassi di interesse, le pressioni al ribasso sul dollaro non accennano a diminuire. Ieri la valuta americana è scesa per il sesto giorno consecutivo contro l'euro per chiudere a 1,4642.

A sostenere il dollaro non sono servite nemmeno le parole del ministro del Tesoro Usa Tim Geithner. Ieri Geithner ha ribadito l'impegno americano per un «dollaro forte» e ha dichiarato che l'America «non cercherà mai di indebolire la propria valuta per trarre un vantaggio economico». La debolezza del dollaro, sostiene l'influente gestore del fondo obbligazionario Pimco Bill Gross, deve attribuirsi ai livelli di indebitamento pubblico. «L'America dovrà fare i conti con un ritorno dell'inflazione e una valuta debole – ha detto – se non attuerà una riforma fiscale su pensioni e previdenza sanitaria».

 

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