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I documenti digitali? Invecchiano

I byte invecchiano prima della carta, e prima di questa perdono la loro affidabilità.È questo ciò che chiarisce lo studio n. 1/2017 DI del Consiglio nazionale del Notariato pubblicato in data 16 marzo 2018 sul tema «Il documento digitale nel tempo». L’affidabilità di un documento analogico, vi si sottolinea, dipende esclusivamente dal mantenimento di una integrità fisica del documento stesso, mentre nel caso del documento digitale al problema di mantenere integro il supporto ove il documento viene memorizzato si aggiunge il problema di mantenere costantemente sicura la chiave matematica che lo protegge da possibili manomissioni. Tale singolare caratteristica prescinde da motivi puramente giuridici ed è strettamente legata al fatto che i sistemi di sicurezza fino a oggi adottati (le firme digitali), con il passare del tempo e l’aumento di potenza di computazione dei computer, diventano sempre più deboli. Ecco il motivo per cui i certificati di firma digitale prevedono un periodo di validità, decorso il quale scadono. Ed ecco perché l’articolo 24, comma 4-bis del Cad (dlgs 82/2005) prevede espressamente che «l’apposizione a un documento informatico di una firma digitale o di un altro tipo di firma elettronica qualificata basata su un certificato elettronico revocato, scaduto o sospeso equivale a mancata sottoscrizione». Tale norma si riferisce (soprattutto) al momento del suo successivo utilizzo e, quindi, della sua successiva verifica, statuendo il principio secondo cui, una volta scaduto, revocato o sospeso il certificato di firma, sussisterebbe una «presunzione legale di sopravvenuta inaffidabilità del documento» stesso. Questo a meno che (art. 62, dpcm 22 febbraio 2013) non sia possibile associare al documento un riferimento temporale opponibile ai terzi, che collochi l’esistenza del documento stesso (e quindi la generazione della firma) in data anteriore a quella della scadenza o revoca.

Ma quali riferimenti temporali certi possono preservare nel tempo la validità di un documento informatico? La risposta non appare così scontata in quanto, se da un lato la normativa (anche tecnica) ha già approntato soluzioni «tecnologiche» idonee (si pensi alla conservazione a norma, alla marcatura temporale, alla spedizione del documento a mezzo Pec, o ancora alla protocollazione informatica), dall’altro occorre interrogarsi sulla possibile applicazione, anche al documento informatico, dei «tradizionali» sistemi di datazione certa (quali la registrazione, il repertorio notarile, la morte dell’autore o altro).

Lo studio chiarisce che la risposta non può essere univoca, ma dipende dall’idoneità dello strumento di datazione «tradizionale» ad attestare non tanto ciò che viene richiesto nel «mondo analogico» (la realtà storica dell’apposizione di una sottoscrizione), ma ciò che viene richiesto nel «mondo digitale», cioè l’esistenza dell’intera sequenza binaria che rappresenta un particolare documento informatico nel suo complesso.

Michele Manente

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