Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

I documenti del Fmi: «Esami sugli istituti medi e piccoli»

L’Italia dovrebbe lanciare su tutto il resto del suo sistema del credito la stessa operazione di chiarezza che la Banca centrale europea ha condotto due anni fa sui 15 principali istituti. Sul piano giudiziario poi, malgrado le riforme degli ultimi mesi, al governo resta molto da fare per accelerare le procedure che rallentano l’uscita delle banche dalla palude dei loro crediti in default. In caso contrario rischia di innescarsi un circolo che si autoalimenta: i problemi del sistema finanziario frenano la ripresa, ma a sua volta la debolezza dell’economia impedisce alle molte banche ancora poco redditizie di risanare i propri bilanci.

Le raccomandazioni sono contenute in un documento di lavoro («working paper») di tre esperti del Fondo monetario internazionale approvato per la diffusione da Rishi Goyal, l’economista direttamente responsabile per l’Italia nell’organismo di Washington. Il testo non rappresenta la linea ufficiale dell’Fmi, ma qualcosa di almeno altrettanto rilevante: la convinzione che il sistema bancario italiano nel suo complesso, non solo questa o quella azienda, stia diventando uno dei problemi più urgenti nell’area dell’euro oggi.

Sette giorni fa, senza annunciarlo, il Fondo monetario ha fatto apparire sul proprio sito due «working paper» sull’Italia: il primo riguarda i tempi e i modi in cui l’industria del credito si dovrebbe muovere per mettersi alle spalle l’eredità della grande recessione, il secondo sulle incongruenze del diritto fallimentare e dei sistemi legali di recuperi dei crediti e degli immobili posti a garanzia nel Paese. L’insieme dà la misura dell’attenzione internazionale ormai molto alta su questi temi. Ma l’analisi parte da un aspetto che in Italia spesso passa in subordine: i crediti inesigibili non sono la sola questione aperta, perché le banche stanno rivelando livelli di redditività troppo bassi in ogni caso.

Gli esperti dell’Fmi mostrano come i loro ricavi annui siano ormai una frazione particolarmente piccola rispetto alla massa dei prestiti problematici (vedi grafico). Neanche in Portogallo, l’altro Paese dove resta aperta una crisi bancaria, lo squilibrio appare così acuto. Il rendimento medio del capitale per le banche italiane è fra i più bassi d’Europa, superiore solo a quello registrato in Germania, Croazia, Portogallo, Cipro e Grecia. Ma a differenza che in Germania, i livelli medi di patrimonio appaiono relativamente bassi (benché al di sopra dei limiti regolamentari).

Di qui la pressione dell’Fmi perché l’Italia adotti un approccio più aggressivo nell’affrontare le difficoltà. «Date le prospettive moderate sia sull’inflazione che per la crescita economica, le banche potrebbero verosimilmente faticare a uscire dai loro problemi legati ai cattivi crediti in un arco di tempo ragionevole — si legge —. Potrebbero essere necessarie ulteriori misure».

Il tempo a disposizione non è infinito. Gli istituti in Europa sostengono che senza un aumento dei tassi d’interesse per loro resta difficile guadagnare. Per molte banche italiane però potrebbe essere diverso perché, nel loro stato di fragilità, un aumento dei tassi minaccia contraccolpi sulle aziende indebitate e sui titoli di Stato nei quali gli istituti hanno investito. «Interessi più alti avrebbero sulle imprese un impatto molto più netto che in passato — avvertono gli economisti del Fondo —. E aumenti dei tassi avrebbero effetti negativi sui titoli di Stato italiani, il cui volume nei bilanci delle banche italiane è cresciuto in modo sostanziale».

In altri termini, il sistema finanziario nel Paese non può correre il rischio di trascinarsi per anni con le proprie ferite aperte. Per richiuderle, il documento dell’Fmi presenta raccomandazioni che sembrano rivolte anche alla Banca d’Italia. La prima riguarda i 600 istituti piccoli e medi al di fuori della vigilanza diretta della Bce: «Risolvere qualunque incertezza residua sulla qualità degli attivi delle banche del Paese e sui loro cuscinetti di capitale», si intitola.

In realtà nei mesi scorsi la Banca d’Italia ha già condotto a tappeto esami sul modello della Bce, i cosiddetti Srep. Ne è emersa fra l’altro l’esigenza di aumenti di capitale per le Cassa di Risparmio di Rimini o di Cesena. Ma gli esperti del Fondo monetario continuano a incalzare: «Resta incertezza almeno riguardo al resto del sistema bancario» oltre alle 15 aziende più grandi, scrivono. E raccomandano di applicare ai piccoli e medi istituti i metodi di valutazione che nel 2014 la Bce ha praticato sui più grandi, facendo emergere in certi casi carenze patrimoniali. Non è chiaro come le piccole aziende di credito potrebbero gestire rapidi rafforzamenti di capitale, ora che le regole europee colpiscono investitori e depositanti in caso di interventi pubblici. Ma il documento dell’Fmi chiede all’Italia di non fermarsi di fronte alle difficoltà: va obbligata ciascuna banca a dotarsi al proprio vertice di esperti nella gestione dei crediti in default, si suggerisce.

Quanto ai procedimenti giudiziari, il Fondo riconosce che le riforme approvate dal governo saranno utili «nel medio e lungo termine». Ma per l’immediato si chiede, fra l’altro, di affidare i casi di gestione legale dei default a figure di giudici molto più specializzati. Se serviva una conferma dell’urgenza della questione bancaria, il Fondo non si è tirato indietro per fornirla .

Federico Fubini

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Contro le previsioni, anche il fondo Bluebell avrebbe raggiunto la soglia minima del capitale Mediob...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Doppio cda, per rispondere al governo. Oggi si riunirà prima Aspi, poi Atlantia. Non è detto che l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

llimity Bank ha finalizzato due nuove operazioni nel segmento 'senior financing' per un ammontare co...

Oggi sulla stampa