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Dlgs 231, l’interesse fa la differenza

Sulla 231 la Cassazione sceglie l’approccio light se manca l’interesse dell’ente. La società che abbia omesso di adottare e attuare il modello organizzativo e gestionale di cui al dlgs 8 giugno 2001, n. 231 non risponde del reato commesso dal dirigente qualora questi abbia agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi. Deve inoltre esser provata l’inadeguatezza del modello adottato. Queste in sintesi le motivazioni con cui la Cassazione con la sentenza 40380/12 del 15 ottobre 2012, ha accolto il ricorso di una spa (la As Roma di Rossella Sensi) annullando con rinvio la sentenza. In primo grado due amministratori erano stati assolti dal reato di false comunicazioni sociali in relazione alla redazione dei bilanci delle rispettive società ritenendo però una delle due società responsabile degli illeciti amministrativi concernenti le operazioni relative a due giocatori. Condannata per fatto del soggetto «apicale», quale responsabile per l’illecito amministrativo la società impugnava per carenza del nesso funzionale oggettivo richiesto dalla 231, contro la conferma in appello veniva proposto ricorso per cassazione che accoglieva le ragioni della società. Due i motivi di ricorso prospettati. In primo luogo si lamentava la carenza di motivazione e l’erronea applicazione della legge penale mancando il requisito dell’ «interesse» della società necessitando, per la condanna, che il reato sia commesso «nell’interesse dell’ente». La società rilevava poi la carenza dei presupposti soggettivi per la mancata adozione del «modello organizzativo» idoneo a prevenire i reati in oggetto. Nell’analizzare la nozione di interesse, la Cassazione ha richiamato la relazione governativa alla 231 per rilevare che la nozione di «interesse» non coincide con quella di dolo specifico che rappresentando peraltro un profilo psicologico dell’autore del reato non può imputarsi alla società. Si tratta di una tensione che deve esperirsi in un piano di oggettività, concretezza e attualità, sì da potersi apprezzare in capo all’ente, pur attenendo alla condotta dell’autore del fatto, persona fisica. Ora, poiché l’art. 5, comma 2 della 231 rileva un’assenza di responsabilità dell’ente soltanto quando si accerti l’«interesse esclusivo» di terzi o di persone fisiche è proprio sul mancato interesse che si incentra l’analisi della Corte. I giudici di merito si erano soffermati sull’illecito fiscale in relazione alla volontà di sottrarre utile a tassazione. In appello i giudici avevano specificato che «nessun dubbio poi… che le operazioni possano essere state effettuate nel suo esclusivo e personale interesse, piuttosto che a vantaggio della società (così come prevede l’art. 5 della l. n. 231)».

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