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Dl competitività, studi legali già al lavoro con le imprese

È un passo avanti, ma c’è ancora molto da fare per ridare fiato all’economia. Affari Legali ha chiesto agli avvocati d’affari una prima valutazione delle misure per lo sviluppo varate dal governo.

Gli aiuti che il governo Renzi ha concepito per le imprese ruotano attorno a tre assi: accesso al credito più facile e garantito non più solo da banche ma anche da assicurazioni e società di cartolarizzazione, sostegno agli investimenti attraverso una nuova forma di credito d’imposta, incentivi alla capitalizzazione e alla quotazione.

Gli studi legali d’affari sono già a lavoro, immediatamente contattati dalle piccole e medie imprese coinvolte nelle ultime novità applaudono all’iniziativa congiunta del ministero dell’Economia e di quello dello Sviluppo economico.

Anche se non tutte le misure introdotte dal decreto Competitività (decreto legge n. 91/2014, convertito in legge lo scorso 7 agosto), piacciono allo stesso modo.

Se l’accelerazione dell’accesso alla Nuova Sabatini (sostegno all’acquisto di beni strumentali) e il rafforzamento dell’Ace («Aiuto alla crescita economica», cioè deducibilità dal reddito d’impresa di un importo pari al rendimento figurativo degli incrementi di capitale proprio) mette d’accordo un po’ tutti, non succede la stessa cosa per le nuove regole sull’Offerta pubblica di acquisto secondo le quali, negli statuti delle sole Pmi potrà essere prevista una soglia per l’Opa obbligatoria non del 30%, ma compresa tra il 20 e il 40 per cento.

«Reputo il rafforzamento dell’Ace una delle misure più efficaci al fine di incentivare gli investimenti in capitale di rischio correlati alla quotazione», dice Roberto Culicchi di Hogan Lovells che commentando il resto della norma continua: «Essendo però l’agevolazione diretta ad operare solo nei confronti di alcune imprese e quindi potenzialmente distorsiva della concorrenza nel mercato interno, resta da vedere se la Commissione Ue darà parere favorevole all’introduzione di tale agevolazione.

Quanto alla possibilità per piccole e medie imprese con azioni quotate come individuate dal dl 91/2014 di fissare, a differenza di quanto avviene per le altre società per le quali essa è «fissa», corrispondente cioè ad una percentuale superiore al 30% della partecipazione, la soglia che fa scattare l’Opa nell’intervallo fra il 20% (che secondo la Relazione consente alle Pmi di tutelarsi maggiormente contro il rischio di perdita del controllo) e il 40% (che invece favorisce l’ingresso nel capitale di altri soggetti), a mio avviso si tratta una norma che, seppur volta a scongiurare il pericolo di irrigidimento degli assetti proprietari, non credo possa rappresentare un reale incentivo alla quotazione in Borsa» conclude Culicchi.

La modifica statutaria, spiega Andrea Angelillis di Bird & Bird, attribuisce ai soci che non votano a favore il diritto di recesso: «Senza ripercorrere il dibattito sorto negli anni ’90 quando tale soglia è stata prevista dal legislatore, se si adotta un approccio agnostico, non vi sono particolari ragioni per non fissare tale soglia al 25% oppure al 35% oppure ad un’altra soglia», commenta l’avvocato d’affari che continua: «Questa scelta dipende sostanzialmente dalle strutture proprietarie e dalla concentrazione del capitale sociale.

Ciò premesso, la possibilità attribuita alle società di tarare la soglia entro la più ampia fascia 20%-40% può costituire un elemento di tranquillità, gli azionisti di controllo dovrebbero infatti essere incentivati a portare in borsa le società, potendo anche definire la soglia Opa. D’altro canto, il rischio di una soglia d’Opa à la carte è quello di bloccare oppure limitare il mercato del controllo societario; inoltre, il fatto che ci possano essere soglie differenti impone ai vari operatori del mercato di prestare maggiore attenzione e verificare le singole soglie delle diverse società, non potendo fare affidamento sull’esistenza di una soglia unica predeterminata dal legislatore».

Augusto Santoro di Simmons & Simmons parla di «una generale incoerenza delle norme» e spiega, riferendosi quelle relative all’Opa: «Si consente l’abbassamento della soglia la 20% ma nello stesso tempo si prevede che la disciplina non si applichi per 5 anni dalla quotazione della Pmi. Se da un lato si vuole aumentare la contendibilità del controllo, dall’altro si dà quindi la possibilità di escluderla. In aggiunta, anche a rendere tali società statutariamente contendibili, ci sarà sempre un socio «forte» di maggioranza(i.e. l’imprenditore) che non consentirà la scalabilità delle stesse, anche secondo quanto prevede la stessa regolamentazione secondaria».

Di tutt’altra opinione Raffaele Lener dello studio Freshfields Bruckhaus Deringer, secondo cui «il superamento del sistema a soglia unica è da valutarsi molto positivamente in quanto consentirà alle singole società la flessibilità di aumentare o diminuire la propria contendibilità mentre la possibilità di non applicare la disciplina relativa all’Opa da consolidamento potrebbe consentire di aumentare la liquidità delle azioni in fase di Ipo».

Sull’introduzione della possibilità di emettere azioni dotate di voto plurimo è molto più positivo: «si tratta di una delle misure da valutare con più favore. Già noto e ampiamente utilizzato in Europa, che nel contesto italiano di aziende a conduzione familiare potrebbe concretamente incentivare la flessibilità del capitale azionario senza timori di diluizioni assembleari e consentire in fase di Ipo di collocare più flottante sul mercato», conclude Lener.

Queste disposizioni convincono anche Marco Lantelme dello studio legale Carnelutti: «Tra le iniziative vincenti c’è l’introduzione delle azioni con voto plurimo, e in via speculare quelle con voto limitato. Questa modifica rende più flessibile la disciplina societaria, permettendo di rafforzare il controllo, anche di gruppi societari. Lodevole il tentativo, con la previsione di un credito d’imposta per beni strumentali nuovi, per imprese in attività: il che dovrebbe permettere il rafforzamento in investimenti, anche in attività produttive», tuttavia, sottolinea l’avvocato d’affari: «Occorre non perdere d’occhio le holding di gruppi societari. In molti casi concreti, per gruppi industriali italiani, ed internazionali ormai slegati ad un singolo paese, in Italia si ritrova sempre più eventualmente la parte industriale produttiva o distributiva, anche prevalente del gruppo, ma non la holding, la tesoreria ed in generale la capogruppo, che invece frequentemente viene dislocata in una giurisdizione, anche nell’Unione Europea, considerata più favorevole. Tra queste ricordo l’Olanda, il Regno Unito, il Lussemburgo oppure, extra Ue, la Svizzera.

Alla holding e alla tesoreria tuttavia si legano le scelte strategiche e tutta un’attività essenziale dell’impresa che genera ulteriore attività, e gettito fiscale, soprattutto nei servizi – legali, di fiscalità, finanziari, bancari e societari».

In un sistema in cui l’accesso al credito è tutt’altro che agevole, soprattutto per la piccole e medie imprese, il cui principale «referente», di fatto, è il canale bancario, la possibilità di consentire altre forme di accesso al credito e in particolare l’emissione di finanziamenti anche alle imprese di assicurazione ed alle società di cartolarizzazione «non può far altro che incentivare le vie dello sviluppo e della crescita del nostro paese», commenta positivamente Marco dell’Antonia di Orrick Herrington & Sutcliffe, aggiungendo: «Ad oggi, le imprese di assicurazione possono investire in crediti, ma è loro preclusa l’attività di concessione diretta di finanziamenti. In linea con la positiva esperienza maturata in altre giurisdizioni europee, la riforma in questione intende quindi aprire a tale opportunità di investimento. La concessione anche a tali soggetti della possibilità di emettere finanziamenti, subordinatamente a determinati limiti e condizioni, determina una maggiore liberalizzazione all’accesso al credito, rompendo il monopolio delle banche nell’erogazione del credito alle imprese. Tali interventi, quindi, potrebbero favorire l’afflusso di nuove risorse alle aziende nonché, di conseguenza, maggiori investimenti, generando benefici non solo per le imprese in quanto tali ma anche al mercato in generale. Nuovi player in un mercato in crisi aiutano certamente la competizione e quindi la competitività. Il tutto a vantaggio di coloro che richiedono e necessitano dell’accesso al credito».

Per Francesco Maria Aleandri di Dla Piper le norme introdotte dal governo sulla quotazione delle piccole e medie imprese sembrano effettivamente poter favorire la quotazione. In particolare le norme più interessanti sarebbero quelle che prevedono, fra le altre cose, anche l’incremento della soglia di rilevanza per la comunicazione delle partecipazioni rilevanti dal 2 al 5% per le Pmi. «Dovrebbe rendere meno gravoso per i soci l’obbligo di comunicazione delle variazione degli assetti proprietari e quindi favorire la circolazione dei titoli», commenta Aleandri.

«Qualora tale soglia venisse recepita anche nei regolamenti di Borsa sul calcolo del flottante per l’ammissione (oggi ai fini del calcolo del flottante minimo richiesto per l’ammissione non sono considerate le partecipazione superiori al 2%), si potrebbero rendere più agevoli in generale le Ipo, consentendole anche in presenza di un azionariato più concentrato».

Secondo Marco Lantelme dello studio Carnelutti sarebbe stato utile anche «emanare coraggiose disposizioni in parallelo in materia fiscale, tali da rendere il Paese davvero competitivo ed attraente, anche a soggetti slegati dal sistema Italia», concretamente continua l’avvocato «l’obiettivo di aliquota massima di imposta, onnicomprensiva, sul reddito dovrebbe essere il 20% per le società ed il 30% per le persone fisiche magari finanziato con un taglio netto sulla spesa pubblica anche in termini di risorse, come ha fatto ad esempio il Regno Unito nell’ultimo quinquennio.

Occorre inoltre un uso sistematico, generale ed efficiente del Fondo ammortamento Titoli di Stato su ogni avanzo, maggior gettito – anche minimo – o risparmio di spesa per lo Stato, incluso i risparmi derivanti ad oggi dall’abbassamento dei tassi d’interesse», conclude Lantelme.

Bisognerebbe intervenire semplificando il sistema dei controlli e quello del recupero crediti secondo Marco dell’Antonia di Orrick: «uno dei principali problemi che ostacolano gli investimenti stranieri in Italia, sulla base di quanto mi viene indicato direttamente da potenziali investitori stranieri, è il livello troppo basso di certezza del diritto. La durata media dei procedimenti giudiziari e il sistema finalizzato alla gestione del recupero del credito sono visti come elementi di inefficienza che disincentivano l’investitore a valutare opportunità in Italia». Ma sottolinea il professionista, «un lato la cui portata devo ancora apprendere appieno infine è quello relativo ai controlli. In un mondo dove le irregolarità emergono con una frequenza certamente eccessiva, l’aver eliminato con la riforma ogni forma di controllo obbligatorio per le S.r.l. (fatti salvi alcuni casi specifici) – anche con un capitale sociale molto elevato – forse va contro tendenza e i risparmi di costi e maggior snellezza nell’operatività in certi casi probabilmente non sembrano trovare una sufficiente giustificazione. La semplificazione e la maggior efficienza del sistema di controllo è certamente un obiettivo a cui mirare senza tuttavia rischiare di lasciare aree scoperte».

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