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Il divorzio manifattura-servizi nell’economia Covid

In attesa della stima preliminare del Pil del quarto trimestre 2020 che sarà diffusa questa mattina (la «forchetta» di previsione degli esperti varia da -2 a -2,2%) ieri sono arrivati due dati a prima vista di segno totalmente opposto. L’indice Pmi, che misura le opinioni dei direttori acquisti delle aziende manifatturiere, è salito sorprendentemente dal 52,8 di dicembre al 55,1 di gennaio segnando l’ottavo mese consecutivo di espansione. La rilevazione Istat sull’occupazione, invece, ha indicato nel solo mese di dicembre 2020 una perdita di 101 mila posti di lavoro. Come si spiega l’evidente contraddizione tra un’industria in ripresa e un mercato del lavoro in contrazione? Per usare un’immagine che riassuma il tutto potremmo parlare di un «divorzio» tra manifattura e servizi. Le fabbriche sono rimaste aperte, le filiere di fornitura hanno assicurato continuità, l’export ha tenuto e leggermente migliorato le posizioni e tutto insieme spiega la fiducia dei direttori acquisti che guardano al 2021 con buona convinzione. Secondo gli analisti gli scambi di merci — con la sola dolorosa eccezione dell’abbigliamento — hanno quasi archiviato la fase di crisi mentre gli scambi di servizi sono rimasti al palo per la débacle che avvolge l’alberghiero, la ristorazione, il turismo, gli eventi e lo sport. Ed è proprio da questi settori che deriva la contrazione del mercato del lavoro di cui abbiamo parlato. Infatti non cade l’occupazione dappertutto — almeno per ora — ma si riduce l’apporto di giovani e donne. È una contrazione selettiva dell’impiego che colpisce il lavoro più debole e discontinuo e fa crescere la disuguaglianza nei confronti delle cittadelle del lavoro relativamente forti. In un anno, ad esempio, diminuiscono di 393 mila i lavoratori con contratti a termine e aumentano di 158 mila i posti fissi. Frana il lavoro autonomo che solo in dicembre ha perso 79 mila unità e 209 mila nell’intero 2020. In questi mesi estremamente difficili si sono rinnovati quasi tutti i contratti collettivi in scadenza e anche quello, più spinoso, dei metalmeccanici è in dirittura d’arrivo. L’occupazione è rimasta stabile nella pubblica amministrazione e nelle attività che hanno potuto operare tramite smart working, ma il 2020 si chiude con 312 mila posti di lavoro femminili in meno. Mettendo insieme tutti questi elementi ne viene fuori una fotografia preoccupante, perché un’economia moderna non può vivere di sola manifattura e non può svilupparsi senza un terziario robusto. In più sul piano sociale si rischia di arretrare nella partecipazione femminile al lavoro e nell’inclusione dei giovani, due «maledizioni» per un Paese che voglia dirsi europeo non solo di passaporto.

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