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Divorzio «facile», tutti i percorsi e le incognite

Firmare un accordo nello studio di un avvocato. O davanti al sindaco. Sono le due strade “facili” per separarsi e divorziare, aperte dal decreto legge 132/2014 – il primo tassello della riforma della giustizia – approvato definitivamente dal Parlamento giovedì scorso.
I due percorsi non richiedono, a differenza delle procedure “tradizionali”, di presentare un ricorso in tribunale. Sono stati infatti introdotti per «degiurisdizionalizzare», come dice la legge, cioè per spostare le vertenze fuori dalle aule di giustizia e permettere ai magistrati di aggredire l’arretrato civile, di oltre 5 milioni di cause.
Ma il nuovo divorzio non è senza insidie. Anzi: dopo le modifiche introdotte dal Parlamento, tempi e costi rischiano di aumentare. Senza contare che il Dl 132 lascia intatti i tre anni che le coppie separate devono attendere prima del divorzio.
La procedura dall’avvocato
Le coppie in crisi senza figli a carico possono lasciarsi sottoscrivendo un accordo in uno studio legale – anziché presentandosi in tribunale – già dallo scorso 13 settembre. Questa possibilità è ora estesa anche a chi ha figli minorenni o maggiorenni incapaci, con handicap o non economicamente autosufficienti.
Le nuove procedure si aggiungono come vie alternative alla tradizionale separazione consensuale, che marito e moglie scelgono quando sono d’accordo sulla decisione di dirsi addio e sulle condizioni della separazione. È la strada più battuta: secondo l’Istat, le separazioni consensuali sono l’85% del totale. Del resto, separarsi consensualmente riduce i conflitti, è più rapido (in media servono 103 giorni contro i 675 delle giudiziali) e meno costoso, anche perché marito e moglie possono farsi assistere da un solo avvocato. Possibilità invece stata esclusa (nel corso dell’esame parlamentare del Dl 132) per chi decide di divorziare in uno studio legale: i coniugi devono avere almeno un avvocato a testa. Un vincolo motivato dal fatto che nella redazione dell’accordo non è coinvolto un giudice. Ma l’effetto economico rischia di farsi sentire.
Inoltre, il Parlamento ha inserito un passaggio in più nella procedura. Se a lasciarsi è una coppia senza figli, uno degli avvocati, prima di inviare l’accordo all’ufficiale dello stato civile per le trascrizioni nei registri, deve trasmetterlo al Pm e ottenere il suo nullaosta. Il Dl, però, non fissa un termine entro cui il Pm deve esprimersi; ed è probabile, visto il carico di lavoro delle procure, che i tempi si allunghino (si veda anche Il Sole 24 Ore del 4 novembre). Una procedura “aggravata”, con la necessità di ottenere l’autorizzazione del Pm (anche qui, non è fissata una scadenza) e il possibile passaggio in tribunale, è prevista per le separazioni di chi ha figli.
L’iter dal sindaco
La possibilità di lasciarsi sottoscrivendo un accordo di fronte al sindaco si aprirà il trentesimo giorno dopo l’entrata in vigore della legge di conversione del Dl 132. La procedura è riservata ai coniugi che sono d’accordo sulla separazione e che non hanno figli a carico: si tratta di circa 50mila coppie l’anno. Inoltre, nell’accordo concluso dal sindaco non è possibile inserire patti di trasferimento patrimoniale (incluse decisioni su somme di denaro o beni mobili, come auto o scooter). Ma questo divieto – che non preclude gli assegni periodici – potrebbe essere superato regolando con un accordo ad hoc le questioni patrimoniali.
Dal punto di vista economico, si tratta di una procedura quasi a costo zero: sarà necessario solo versare un “diritto fisso” che non potrà superare i 16 euro previsti per le pubblicazioni di matrimonio. Questo a meno che i coniugi non decidano di farsi assistere da un avvocato: in questo caso è facoltativo ma può essere utile per mettere a punto l’accordo.
I tempi non possono essere inferiori a un mese, dato che il Parlamento ha previsto una pausa di riflessione di 30 giorni per i coniugi tra la stesura dell’accordo e la sua conferma. Ma, non essendoci l’incognita del “visto” del Pm, dovrebbero essere più rapidi di quelli della procedura dall’avvocato.
Il divorzio breve
Le nuove strade per lasciarsi non toccano però i tre anni di separazione necessari prima di chiedere il divorzio. Mira a tagliare questo periodo di attesa il disegno di legge sul “divorzio breve”, approvato dalla Camera il 29 maggio scorso e ora all’esame della commissione Giustizia del Senato: si prevedono 12 mesi di separazione se manca il consenso tra marito e moglie e sei mesi nel caso delle separazioni consensuali. «Dopo il via libera della commissione Bilancio sulle coperture (arrivato la settimana scorsa,ndr) – spiega la relatrice Rosanna Filippin (Pd) – possiamo procedere con l’esame degli emendamenti, che sono stati depositati da tempo. Spero che il testo possa approdare in aula prima della fine dell’anno».
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