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“Divorzio dal sindaco anche senza incontrarsi”. Cancellato l’ultimo tabù

MILANO
Divorziare in Comune, senza nemmeno doversi presentare di fronte all’impiegato dell’anagrafe. È la possibilità riconosciuta da un giudice a due coniugi che avevano scelto il cosiddetto divorzio facile. E uno di loro aveva dato procura a un avvocato. Il Comune di Milano non aveva accettato il divorzio, sostenendo «l’obbligo di comparire personalmente». I coniugi a quel punto avevano deciso di fare ricorso. Ora è stato accolto: «Dinnanzi all’ufficiale di stato civile — si legge nel dispositivo, divenuto esecutivo — i coniugi possono avvalersi della rappresentanza di un procuratore speciale». Un pronunciamento senza precedenti, che abbatte l’ultimo tabù sulla fine del matrimonio. Vale a dire, l’obbligo di presentarsi all’anagrafe nel caso si chiuda la pratica lontano dal Tribunale.
A insistere perché marito e moglie dovessero presenziare in Comune fu la pattuglia di parlamentari cattolici che nel novembre 2014 dichiarò battaglia alla norma. «Divorziare per corrispondenza è l’ultima offesa al matrimonio». E ancora: «Marito e moglie si occupino in prima persona di questo atto definitivo», insistettero i contrari, fra cui Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, Maurizio Gasparri di Forza Italia ed Eugenia Roccella di Nuovo Centrodestra. Nel testo della norma, alla fine si precisò che i coniugi dovessero presentarsi «personalmente » in Comune. Una indicazione che però ora il giudice considera non obbligatoria.
Premettendo che «la questione in esame non consta di precedenti», il giudice Giuseppe Buffone della Nona sezione civile del Tribunale di Milano scrive nel dispositivo: «L’utilizzo nel testo normativo dell’avverbio “personalmente” non preclude la rappresentanza a mezzo di procuratore speciale», in considerazione del fatto che «lo spirito della normativa è quello di garantire procedure alternative al servizio pubblico di Giustizia, istituendo misure semplificate tese a incrementare il tasso di degiurisdizionalizzazione». La decisione premia l’impostazione del pm Nicola Cerrato, per cui il procuratore speciale è «titolato a svolgere in luogo del rappresentato tutte le attività che questi dovrebbe porre in essere al cospetto dell’autorità amministrativa». Come avviene di fronte a un giudice, dove l’avvocato può sostituire il proprio assistito. L’unico caso in cui la presenza dei coniugi resta necessaria è nel divorzio non consensuale, dove di fronte al giudice le parti devono presentare le proprie richieste. Accogliendo il ricorso, il giudice «annulla il rifiuto dell’ufficiale di stato civile» e «ordina di dare corso al procedimento». Essendo trascorsi i termini per l’impugnazione, il Comune di Milano dovrà ammettere il divorzio, ricevendo al posto di un coniuge il suo legale. E la pratica di divorzio facile andrà a sommarsi alle altre 219 chiuse a Milano dall’11 dicembre 2014, data dell’entrata in vigore della norma. Circa un decimo dei divorzi in città. Un dato consistente, che si spiega anche con il costo: 16 euro. Per Cinzia Calabrese, presidente lombarda dell’Associazione italiana avvocati per la famiglia e per i minori (Aiaf), «la decisione del giudice è condivisibile. Dinnanzi all’ufficiale di stato civile, le parti devono avere le stesse possibilità riconosciute di fronte al giudice. Le alternative al divorzio classico non devono essere gravate di obblighi inutili, che le renderebbero meno appetibili per chi vuole porre fine al matrimonio fuori dal tribunale».
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