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Divorzio, assegno «mobile» a discrezione dei giudici

A più di 40 anni dal referendum del 1974, il divorzio cambia volto e accelera il passo: con 398 sì, 28 no e 6 astenuti, da Montecitorio è arrivato settimana scorsa l’ok definitivo al divorzio breve. Larghissimo, nonostante il burrascoso percorso della riforma, il consenso ottenuto in aula. Via libera, allora, alle istanze di divorzio, dopo un anno di separazione (se giudiziale) o sei mesi (se consensuale). Taglio fruibile, a prescindere dalla presenza di figli, anche per i procedimenti in corso e ampio ventaglio di scelte per le coppie in crisi che, d’ora in poi, potranno dividersi in Comune, dall’avvocato o, in tempi sprint, dal giudice.
Vincolo solido 
Ma se con il divorzio il vincolo si scioglie definitivamente, a legare i coniugi – per sempre, o quasi – sarà l’assegno. Quel che potrebbe mutare, tuttavia, è la cifra stabilita, con sentenza o per accordo , di cui si potrà chiedere, in ogni tempo, la riduzione, l’aumento o, persino, l’azzeramento. A bloccare la domanda di revisione, poi, non varrà neppure l’eventuale patto stretto dagli sposi che, in sede di separazione, abbiano escluso, per il futuro, la possibilità di modifica delle condizioni pattuite. Del resto, la finalità dell’assegno è assicurare al divorziato la disponibilità delle risorse necessarie per continuare a godere del pregresso tenore di vita. Attenzione, però: il coniuge non potrà attivarsi per l’aumento o la diminuzione dell’importo senza un valido motivo. Per proporre istanza di revisione, difatti, non sarà sufficiente un qualsiasi mutamento, nella vita personale o nei redditi del consorte, ma occorreranno circostanze nuove – successive al divorzio – idonee a scardinare o a incidere sensibilmente sull’equilibrio economico raggiunto durante la convivenza. Da valutarsi, pertanto, solo le risorse su cui le parti, al momento del giudizio di revisione, possano effettivamente fare affidamento.
La crisi di questi anni ha provocato in più casi l’impossibilità concreta, per l’onerato, di continuare a pagare la somma stabilita in assegno o la tangibile difficoltà, per chi lo percepisce, di riuscire a sbarcare il lunario con i soldi versati dall’ex. Cifra “ritoccata”, quindi, soltanto se i fatti sopravvenuti hanno mutato in maniera apprezzabile il precedente contesto (Cassazione 14142/14). Al giudice chiamato a rivedere l’importo, spetterà, in pratica, un doppio controllo: sull’effettiva modifica della situazione economica di uno dei coniugi, nonché sulla reale incidenza di tale evento sull’assetto patrimoniale esistente al momento della quantificazione dell’assegno. Vaglio da condursi, è evidente, in base ai parametri indicati dall’articolo 5 della legge sul divorzio (898/70).
Così, considerando la casistica dei sopravvenuti «giustificati motivi« idonei (articolo 9 della legge 898) a sostenere la revisione dell’importo, si noterà come ad alleggerire la cifra potrebbe valere, ad esempio, la costituzione da parte dell’obbligato di un nuovo nucleo familiare, fonte di ulteriori impegni ed esborsi. Ad incidere, poi, anche l’aver subìto un licenziamento o l’aver contratto una malattia tanto grave da escludere o ridurre seriamente l’idoneità al lavoro. L’assegno, invece, potrebbe lievitare per effetto di un sostanzioso lascito disposto in favore del partner tenuto a versare il mensile. Ipotesi in cui i beni ereditati, seppur estranei al “paniere” delle risorse utili a ricostruire il tenore di vita matrimoniale, siccome acquisiti post divorzio, possono comunque rivestire un peso non indifferente nell’analisi delle capacità patrimoniali del coniuge. Ancora, potrebbe rischiare la riduzione del contributo incassato, chi abbia migliorato le proprie condizioni, grazie ad un avanzamento di carriera, o il disoccupato che abbia ottenuto un impiego, la cui retribuzione gli consenta di tornare a godere di uno stile di vita analogo a quello coniugale.
L’onere della prova
Molteplici, perciò, sono le ipotesi in cui il giudice potrebbe correggere l’ammontare della somma stabilita, fino ad azzerarla. Comune denominatore? L’onere della prova, posto a carico di chi inoltra la domanda di revisione. Dimostrare la sopravvenienza di giustificati motivi e la loro idoneità ad incidere sull’equilibrio economico delle parti, spetterà, infatti, sempre e solo al coniuge che agisca per il ricalcolo. Ad agevolarne il compito, la possibilità di indagare sui redditi e patrimoni dell’ex. Non solo. Se il padre divorziato mira alla riduzione della cifra destinata al figlio maggiorenne, può accedere alle dichiarazioni dei redditi del ragazzo (Tar Lazio, 189/15). Il genitore, si afferma, ha un interesse qualificato a conoscere i dati contabili custoditi dall’Agenzia delle Entrate. Diversamente, non potrebbe neppure attivarsi per la riduzione di un mensile, ormai sproporzionato rispetto alle mutate condizioni reddituali.
Da rilevarsi, infine, come l’articolo 5 della legge sul divorzio preveda l’eventualità – su accordo delle parti – di corrispondere l’assegno, non a cadenza mensile, ma in un’unica soluzione, purché ritenuta equa dal giudice. Una tantum che esclude ogni futura istanza di modifica.

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