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Divorzi, assegni ricchi

Legittimo assicurare alla persona «economicamente più debole», in caso di divorzio, il medesimo tenore di vita condotto durante il matrimonio. È la Corte costituzionale a stabilirlo, con la sentenza 11/2015, con la quale dichiara non fondata la questione sollevata dal tribunale di Firenze, per il quale la norma sull’assegno commisurato al tenore di vita era in contrasto con gli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione; tale corresponsione, aveva sostenuto l’ufficio giudiziario del capoluogo toscano, «pur avendo una finalità meramente assistenziale, finirebbe con l’attribuire l’obbligo di garantire» per tutta l’esistenza uno stile «agiato» al coniuge considerato più fragile sotto il profilo finanziario. E, sempre secondo il tribunale fiorentino, tale «tutela» non comprenderebbe il vincolo di «consentire, ben oltre il contesto matrimoniale, il mantenimento delle medesime condizioni economiche godute durante» il periodo delle nozze, mentre risulterebbe «anacronistico» ricondurre gli alimenti al tenore di vita del coniuge da sposato, «senza considerare l’attuale portata del divorzio, della famiglia, e del ruolo» dei due ex membri della coppia.

Di opinione differente, invece, i giudici della Consulta che, bocciando la questione, rammentano nel pronunciamento come la Corte di cassazione abbia «anche di recente» confermato «il proprio consolidato orientamento, secondo cui il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio rileva per determinare in astratto il tetto massimo della misura dell’assegno», tuttavia, concretamente, proseguono, tale criterio «concorre, e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri» indicati dalla legge, quale la condizione e il reddito dei coniugi, nonché il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune, ma anche la durata del matrimonio e le ragioni alla base della decisione di interrompere il vincolo. Secondo quanto deciso dagli ermellini, infatti, tutti i fattori elencati agiscono come elementi di «moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto», e possono, pertanto, valere anche per «azzerarla», così come già stabilito, da ultimo, si legge, dalla Suprema Corte di cassazione, mediante la sentenza n. 2546 del 5 febbraio 2014.

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