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Divieto di arbitrato per tutti i magistrati

Giudici di ogni ordine e grado fuori dai lucrosi arbitrati giudiziali, un “metodo alternativo di risoluzione delle controversie” che vede spesso contrapposte imprese e Pa, con le toghe chiamate a far da giudice (ma fuori dai tribunali). È una modifica pesante, quella che introduce il Ddl anticorruzione approvato ieri in terza lettura del Senato, tra le pieghe di alcuni ritocchi al Codice degli appalti per migliorare la trasparenza delle procedure di arbitrato.
Confermando una novità introdotta dalla Camera a giugno su proposta del Pd (a chiederlo i deputati Mariani, Lomoro, e Ferranti; stessa richiesta era stata avanzata da Api), il maxi-emendamento approvato ieri con la fiducia vieta infatti ai magistrati ordinari, amministrativi contabili e militari (ma anche ad avvocati dello Stato e ai componenti delle commissioni tributarie) «la partecipazione a collegi arbitrali o l’assunzione di incarico di arbitro unico» pena «la decadenza dagli incarichi e la nullità degli atti compiuti». Si tratta, peraltro, di una previsione in eccesso: da anni, ormai, ai magistrati ordinari non è più consentito assumere funzioni arbitrali nelle controversie dei pubblici appalti, come disposto da un regolamento del Csm del 1999 adottato in attuazione della legge Merloni e confermato da una successiva legge ordinaria. La novità, dunque, riguarda solo avvocati dello Stato e membri delle commissioni tributarie, ma soprattutto i magistrati della Corte dei conti e quelli amministrativi, la cui presenza nei collegi ha spesso dato adito a polemiche.
Fine degli arbitrati, dunque? Non proprio: i commi da 19 a 24 del maxi-emendamento stabiliscono tra le altre cose che le Pubbliche amministrazioni potranno continuare a ricorrere agli arbitrati per le controversie (per lavori, servizi, forniture, concorsi di progettazione e idee) a condizione che ci sia una «autorizzazione motivata» da parte dell’organo di governo dell’amministrazione, pena la nullità. Le nuove norme valgono anche per le società controllate o pubbliche: in questo caso il via libera motivato deve arrivare dal rappresentante legale. Nel caso la controversia coinvolga due uffici della Pa, l’arbitro potrà essere individuato «esclusivamente tra i dirigenti pubblici».

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