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Dividendo d’oro ai soci Apple

di Giuliana Ferraino

MILANO — Dopo aver accumulato circa 100 miliardi di dollari in cassa ed essere diventata la società quotata più grande al mondo (oltre 560 miliardi di capitalizzazione), Apple ha deciso di non aver bisogno di tutta quella montagna di denaro, perciò ne restituirà agli azionisti una parte, 45 miliardi nei prossimi tre anni, per tornare al dividendo (non succedeva da 17 anni) e finanziare un programma di riacquisto di azioni proprie (buyback).
Il gruppo di Cupertino, che tre giorni fa ha lanciato con successo la terza versione dell'iPad3, ha annunciato che pagherà una cedola trimestrale di 2,65 dollari, quindi 10,6 dollari all'anno, cioè un ritorno dell'1,8% ai valori attuali del titolo, in pagamento dal 1 luglio, quando comincia il quarto trimestre. A titolo di confronto, Microsoft rende il 2,5% e Hewlett Packard il 2% ma, in termini assoluti, con una spesa complessiva stimata intorno ai 10 miliardi di dollari, Apple assegnerà una delle cedole più ricche di Wall Street, probabilmente dietro soltanto a At&T e Verizon, per le quali però il dividendo è il modo principale per attirare investitori. In realtà, la cedola avrebbe potuto essere più alta, se le tasse americane fossero diverse, ha lasciato intendere Tim Cook, Ceo dallo scorso agosto. Quanto al buyback, fino a 10 miliardi di dollari da effettuare nel corso del prossimo triennio a partire dal 30 settembre, l'inizio dell'esercizio fiscale 2013, è un altro modo per remunerare gli azionisti: riducendo il numero di azioni in circolazione, gli azionista rimasti avranno infatti diritto a una fetta maggiore della società.
Le mosse annunciate ieri da Apple erano in qualche modo attese dal mercato, che scommette sul dividendo fin dall'inizio di gennaio, tanto che in meno di tre mesi il titolo è cresciuto del 45%. In un anno il balzo è stato dell'81%. Ma il dato più impressionate è il confronto con 15 anni fa, quando il fondatore Steve Jobs è tornato alla Apple e l'ha salvata dalla quasi bancarotta. Il 16 settembre 1997, giorno del ritorno di Jobs, che l'aveva lasciata il 16 settembre 1985, perdendo la battaglia con il board, il titolo valeva circa 5 dollari e mezzo (valore aggiustato); ieri l'azione ha chiuso a 601 dollari (+2,64%). In 15 anni il rialzo è stato del 10.800%. E ieri Goldman Sachs ha alzato l'obiettivo di prezzo da 660 a 700 dollari.
Anche Cook ha ribadito che la corsa dell'azienda, capace di cambiare le nostre vite con l'iPhone, l'iPod, e l'iPad, non è finita. «L'innovazione è il nostro obiettivo più importante alla Apple. Queste decisioni non ci chiuderanno alcuna porta», ha detto ieri durante una conference call con gli analisti, spiegando che a dispetto del dividendo e del buyback, il gruppo conserva «un tesoro di guerra» per cogliere «le opportunità strategiche». Anche perché è un «tesoro» che cresce a grandissima velocità: 38 miliardi in più solo l'anno scorso. Parte della montagna di liquidità (64 miliardi di dollari) si trova all'estero. E la società non prevede di rimpatriarla «alle attuali condizioni fiscali», ha affermato il Cfo, Peter Oppenheimer. Perciò, in assenza di una nuova amnistia per il rientro dei capitali all'estero, come chiedono multinazionali Usa, il «tesoretto» potrebbe favorire nuovi investimenti oltre Oceano.
 

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