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Dividendi globali, 2020 anno nero: a rischio 224 miliardi

Tre anni di pressoché continua crescita di dividendi globali andati in fumo in un colpo solo, in questo 2020 che si avvia ormai alla conclusione marchiato per sempre in modo indelebile da Covid-19. Il bilancio arriva da Janus Henderson, che come di consueto passa in rassegna i dati raccolti fra le principali 1.200 società quotate nel mondo e che costituiscono la base del suo Global Dividend Index. Le ultime cifre ufficiali riguardano il terzo trimestre dell’anno, un periodo in cui i versamenti ai soci sono diminuiti di 55 miliardi di dollari, attestandosi a quota 329,8 miliardi e registrando un calo del 14,3% a livello complessivo e dell’11,4% in termini sottostanti (cioè escludendo gli effetti del cambio e le distribuzioni di carattere straordinario).

Primi segnali di miglioramento….

«Si iniziano a intravedere tenui segnali di miglioramento», nota nonostante tutto Federico Pons, Country Head per l’Italia di Janus Henderson, spiegando che «la flessione dei dividendi è stata meno pronunciata rispetto al trimestre precedente e abbiamo assistito alla ripresa della distribuzione da parte di alcune aziende che all’inizio dell’anno l’avevano sospesa». Magra consolazione, anche perché i tre mesi estivi non sono in realtà i più rilevanti per stagionalità, né in termini globali, né tantomento per quanto riguarda Europa e Italia, dove le erogazioni si concentrano soprattutto in primavera.

Più interessante quindi soffermarsi su quello che potrà essere il conteggio finale del 2020, che secondo gli analisti della banca d’affari statunitense si avvia a chiudere con 224 miliardi di dollari di cedole in meno per gli investitori rispetto all’anno precedente e un’emorragia del 17,5 per cento. Anche in questo caso vale la logica del «dato meno peggiore del previsto» dato che ad aprile, nel pieno cioè della prima ondata della pandemia, gli stessi analisti temevano una diminuzione fino al 35%, mentre in estate la forchetta, pur ridotta, restava ancora compresa fra il 19% e il 25 per cento.

Ciò non toglie però che il livello al momento previsto per lo scenario migliore, 1.200 miliardi, riporta le lancette indietro di tre anni, che diventerebbero addirittura 4 nel caso di ulteriore pressione derivante per esempio dalla seconda ondata di chiusure tutt’ora in corso in Europa e in altre parti del mondo. In questo caso i dividendi globali sottostanti scenderebbero infatti del 20,2% a quota 1.160 miliardi.

…ma ferite lunghe da rimarginare

Se insomma fra gli addetti ai lavori l’idea che «il peggio sia ormai alle spalle» sembra farsi faticosamente strada «perché le aziende appaiono adesso in grado di misurare in modo migliore l’impatto della pandemia sui propri business», è innegabile che per rimarginare le ferite lasciate dal 2020 servirà pazienza. Non si prevede infatti una crescita delle distribuzioni fino al secondo trimestre del prossimo, quando l’anniversario del primo lockdown globale renderà il confronto più semplice, e occorrerà comunque fare distinzioni tra le diverse regioni mondiali. Europa, Regno Unito e Australia risultano infatti le regioni più colpite, il Giappone si posiziona a metà strada, mentre i mercati emergenti (soprattutto grazie alla Cina) e il Nord America hanno opposto una maggiore resistenza.

Nel peggiore degli scenari, sintetizza Janus Henderson, i dividendi sottostanti dovrebbero restare invariati il prossimo anno, ma potrebbero rimbalzare fino al 12% nella migliore ipotesi. Molto dipenderà ovviamente dall’evoluzione di Covid, compresi gli sviluppi sui vaccini, e dalla gravità e dalla durata di eventuali nuove chiusure delle attività. Vista però in chiave europea (e a maggior ragione italiana) «la domanda cruciale per il prossimo anno – ammette Pons – sarà se le banche potranno riavviare la distribuzione, cosa che è nelle mani dell’autorità di regolamentazione».

L’inevitabile attesa sulle banche

Difficile in effetti negare l’importanza della decisione a cui sarà chiamata la vigilanza Bce nei mesi a venire. «Prima di entrare in questo 2020 – ricorda Paul O’Connor, responsabile del Team Multi Assets di Janus Henderson – il 25% delle cedole veniva distribuito da istituti di credito e un altro 40% circa da società appartenenti a settori ciclici». Quasi due terzi delle erogazioni sono quindi molto sensibili all’andamento economico e questo per il gestore significa che «anche se ci attendiamo un rimbalzo il prossimo anno, occorrerà tempo per rivedere i livelli raggiunti nel recente passato».

Certo, come avverte O’ Connor, «i prezzi di mercato già inglobano questo fenomeno e le azioni in questione saranno poi le più sensibili a una riapertura del commercio e delle attività». La speranza, in particolare per chi guarda a Piazza Affari, e a molti dei suoi titoli capaci di portare in dote un rendimento cedolare storicamente di assoluto rilievo se confrontato con quello di altri Paesi, si aggrappa soprattutto a queste parole.

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