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Dividendi, contenitori distinti

Basket distinti per gli utili provenienti da paradisi fiscali e quelli prodotti in stati white list; la contemporanea presenza di riserve generate da attività svolte in territori a diverso trattamento fiscale impone di tenere separate le due masse e di specificare, all’atto della distribuzione di utili, quale dei due canestri si stia utilizzando; solo così sarà possibile fruire del regime ordinario di esenzione dei dividendi.

L’Agenzia delle entrate con risoluzione n. 144/E del 22 novembre 2017 chiarisce, con soluzione condivisibile e favorevole al contribuente, una particolare situazione legata alla distribuzione di dividendi da parte di società non residenti che svolgono attività, contemporaneamente in territori a fiscalità privilegiata e a tassazione ordinaria.

In particolare una società per azioni italiana si trova al vertice di una piramide societaria internazionale, detenendo il 100% di una società olandese a sua volta socia totalitaria di altra società sempre olandese che però per un periodo ha svolto parte della propria attività in Svizzera. In particolare, fino al 2009, l’attività veniva svolta anche mediante la branch svizzera poi ceduta a una consociata, con il realizzo di una ingente plusvalenza. Quest’ultima è stata assoggettata a tassazione in parte in Olanda e in parte in Svizzera. Dopo la cessione, tutti gli utili della società, priva della sua branch Svizzera, sono stati prodotti in Olanda ed ivi integralmente tassati.

La questione prende origine dal fatto che la società italiana, negli anni dal 2008 al 2013 ha percepito utili dalla propria controllata generati, però, anche dalla società la cui attività veniva svolta in parte in Svizzera (territorio all’epoca black list). Tali utili sono stati assoggettati al regime ordinario di esenzione per il loro 95%. A seguito di accertamento da parte dell’ufficio, che ha parzialmente disconosciuto il suddetto trattamento fiscale ed ha considerato gli utili percepiti dall’istante provenienti da uno Stato incluso nella black list, si è raggiunto un accordo in base al quale, per ciascuna delle annualità verificate, l’istante e l’Agenzia delle entrate hanno individuato la quota di dividendi riconducibile alla branch svizzera, assoggettabile al regime di imposizione integrale, e la quota di dividendi qualificabile come «white list», imponibile in misura del 5%. Gli utili complessivi, quindi, sono stati divisi in due basket con trattamento fiscale differenziato in caso di distribuzione. Negli anni successivi alla cessione della branch sono stati realizzati ulteriori utili, tutti però, inquadrabili nel regime ordinario di esenzione.

Ora però in occasione di una successiva distribuzione di utili si pone il problema di individuare puntualmente a quale basket si sia attinto per erogare i dividendi; in particolare sorge il dubbio che l’agenzia delle entrate possa autonomamente attribuire al canestro degli utili da black list le somme erogate, assoggettando i dividendi a tassazione integrale.

Nell’interpello la società sottolinea che la società erogante ha specificato nella relativa shareholder’s resolution, che il dividendo dovesse essere pagato attingendo interamente dal basket degli utili white list, capiente rispetto alla distribuzione stessa.

È vero, infatti che in caso di compresenza, tra le riserve di utili distribuibili, di utili prodotti sia in Paesi a fiscalità privilegiata che in Paesi non a fiscalità privilegiata, si considerano prioritariamente distribuiti i primi nel caso in cui non sia possibile una verifica analitica della reale provenienza del dividendo materialmente pagato; ma è altrettanto vero che nell’ipotesi specifica tale presunzione viene vinta dalla dimostrazione della provenienza degli utili.

L’Agenzia, infatti, richiama la propria circolare n. 51/E del 2010, nella quale veniva specificato che per vincere la presunzione di distribuzione di utili da black list il contribuente deve tener traccia, di volta in volta, la provenienza degli utili distribuiti al socio residente. Quest’ultimo è tenuto a dimostrare, sulla base di un adeguato supporto documentale, se e in quale misura tali utili provengano o meno da Paesi a fiscalità privilegiata; in assenza di una simile dimostrazione, si ritengono distribuiti, in via prioritaria e fino a concorrenza, gli utili provenienti da un paradiso fiscale.

Occorre, in particolare, procedere alla ricostruzione analitica degli utili erogati allo scopo di verificare la provenienza degli stessi, partendo dalla formazione della provvista patrimoniale da cui i dividendi vengono attinti, fino ad arrivare alla consumazione della stessa in occasione della distribuzione.

Nel caso di specie il primo aspetto è superato dal fatto che, anche in accordo con la stessa amministrazione finanziaria, le riserve da cui attingere sono state puntualmente scisse in due categorie distinte. È quindi evidente la provenienza della provvista.

Per quanto riguarda la prova dell’utilizzo, in sede di distribuzione delle riserve di utili, la risoluzione chiarisce che tale circostanza può essere adeguatamente documentata mediante l’adozione di apposite delibere da parte della società erogante dalle quali venga indicato che le somme distribuite sono attinte da riserve non alimentate da utili provenienti da Stati o territori a fiscalità privilegiata.

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