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Ditte fantasma e fallimenti pilotati ecco i nuovi furbetti del mattone “Una truffa da un miliardo di euro”

CI SONO tanti modi per non chiamare una truffa. Quando poi si fa sistema, quando da espediente di pochi diventa fenomeno strutturale, a quel punto sentire come si ingegnano fa ancora più pena. «Flessibilità d’impresa ». «Mutazioni genetiche». «Diversificazione aziendale». La chiamano così. È il nuovo jolly dei costruttori. Dei furbetti del mattone 2.0. La ricetta per fare soldi anche in tempo di crisi. Per spremere il limone e disossare i diritti. Aprono una nuova srl per ogni cantiere. Costruiscono e poi chiudono la società. La ammazzano con la liquidazione volontaria (consente alla società di cessare ed essere cancellata dal registro imprese), o facendosi travolgere dall’onda del fallimento. L’impresa? Sparita. Ma come, è ancora e sempre lo stesso costruttore. Sì, però ha cambiato nome. Anche sette o otto volte, anche una volta all’anno. E dunque: se l’impresa è morta, non può e non deve pagare più nessuno. Gli operai. Gli operai che si sono infortunati sul lavoro. Le ditte subappaltate. I fornitori. Paga Pantalone. C’è un manovale marocchino a Brescia che è caduto dal tetto e si è rotto la testa? Vada a piangere dai sindacati, al tribunale del lavoro, al ministero: l’impresa è diventata un fantasma. C’è da tirare su un villaggio turistico sulla costa jonica? Ci sono quei due fratelli che hanno perso il conto, persino loro, delle società che hanno aperto negli ultimi anni. Tutte con la stessa ragione sociale. Tutte specializzate nel dimenticarsi di saldare i debiti. Ma come funziona il giochino delle società presunte suicide?
LE SCATOLE CINESI
Benvenuti nel Paese del mattone a intermittenza. E dei “pacchi”. Le chiamano retractable company, ditte a scomparsa. Si moltiplicano come scatole cinesi. E falciano tutto. Gli stipendi volatilizzati degli operai, le tasse, il sudore della manodopera (meglio se straniera), i materiali che nessuno paga più, le vertenze sindacali che finiscono nel cestino. Nella giungla delle 828mila imprese di costruzioni censite in Italia, l’anno scorso ne sono saltate 60mila (il record è del Nord con 17mila fallimenti). Che vuol dire 500mila posti di lavoro andati a farsi benedire (su un milione e 850 mila addetti). Se le società sono fallite davvero o se si è trattato di “suicidio mirato”, è impossibile stabilirlo con certezza. Stime prudenti di Fillea Cgildicono che almeno il 30 per cento dei fallimenti, nel settore, sono pilotati dai titolari. Chiudo, non pago, riapro. Si può anche stare bassi coi numeri. Calcoliamo 25mila addetti, per lo più operai, coinvolti in questo gioco di specchi. Con un salario di 20mila euro l’anno. Viene fuori mezzo miliardo di euro che resta nelle tasche dei costruttori “falliti”. Ma se si tiene conto del sommerso del lavoro nero l’ammanco è da considerarsi profondo almeno il doppio: un miliardo di euro. «Le srl a scomparsa, come le finte partite Iva individuali, sono una delle peggiori invenzioni di questo settore — dice Walter Schiavella, segretario della Fillea —. In questo momento di crisi e di illegalità diffusa, sono molto diffuse. Il problema è che ci sono troppe imprese, la proliferazione non è regolamentata: oggi chiunque va in camera di commercio, e il giorno dopo diventa impresa edile. Anche solo per costruire un immobile. Il tasso di entrata e di uscita di queste ditte improvvisate è elevatissimo. Che fare? Limitare l’accesso al mercato e alzare la qualità. E potenziare i controlli (i dati più recenti sulle ispezioni in edilizia dicono che il 61 per cento delle imprese sono irregolari). Altrimenti i furbetti continueranno a riprodursi».
I CANTIERI A SCADENZA
Nel mare del mattone selvaggio c’è un’orca che distrugge i fondali. Immaginate. Le costruzioni in Italia hanno un fatturato complessivo di 323 miliardi (dato 2010): il 16,2 per cento in meno del 2008. Ma il punto è che in cassa mancano 30 miliardi: è il “buco” dell’evasione fiscale e contributiva. È qui che entrano in campo le
retractable company.
La loro specialità sono i cantieri “a scadenza”. Il tempo di costruire l’immobile, di piazzarlo, ed è fatta. Tutto quello che è successo prima è come se non fosse mai stato. Quello che accadrà dopo non importa, perché tanto la truffa sta già danzando su un’altra giostra. Su quale impianto poggia, in termini tecnico-legali, l’inganno delle imprese fittizie a intermittenza? Qual è il segreto del loro successo?
I CANALI DELLA TRUFFA
La vita di una società — individuale, partite Iva a incastro continuo, ma prevalentemente a responsabilità limitata — finisce poco prima che arrivi il momento di pagare i lavoratori; soprattutto quelli assunti in nero. Se un cantiere è quasi ultimato, per esempio un’opera medio piccola (come una palazzina di tre piani o un lotto di villette), il costruttore titolare della srl lascia morire l’azienda. O la liquida volontariamente o la fa agonizzare finché viene travolta dall’istanza di fallimento presentata dai creditori. Intanto, però, si preoccupa di non lasciare tracce. Specie per quanto riguarda i listini paga dei lavoratori. In pratica, quando un’azienda fallisce viene individuato un giudice delegato e nominati i curatori. Devono ripartire fra i creditori le risorse rimaste (insufficienti). I creditori fanno istanza di ammissione al passivo, viene redatto uno stato passivo e presentato al giudice. Anche i dipendenti sono tenuti a fare istanza. Ma quando la nave affonda i lavoratori sono creditori un po’ differenti dagli altri. Più deboli. Per legge (la n. 4 del 5.1.53) sono abituati a ricevere dal proprio datore un listino paga con il conteggio di ciò che spetta loro. Piccolo particolare: quando la ditta è sulla china del fallimento (voluto o no) nessuno si preoccupa di elaborare gli ormai inutili (per i titolari della srl) listini paga o LUL (Libro unico del lavoro) per i lavoratori rimasti a piedi. Oppure: il listino viene elaborato, ma poi resta nelle mani di nessuno (leggi: il consulente fiscale che seguiva l’azienda). Così il lavoratore resta al palo. Se poi è in nero, abbandoni ogni speranza.
SULLA PELLE DEI LAVORATORI
Ezzine Abderrahim ha 33 anni e una cicatrice a forma di mezza luna sulla nuca. Lo incontriamo in un bar a Palazzolo, il paese dove vive. «Due mesi in coma, cranio sfondato, da qua a qua», indica. È il 14 giugno 2011. Ezzine, “operaio generico”, sta lavorando in un cantiere a Mestre. È assunto in regola, impresa Imco di Brescia. Il titolare si chiama Alberto Fra. Costruisce case e, negli ultimi cinque anni, ha cambiato sette volte nome alla sua attività. I responsabili messi alla testa delle varie srl sono un albanese, un sudamericano e un calabrese. Ezzine sta lavorando assieme ad altri 21 operai: tutti stranieri. Precipita dal primo piano dell’edificio, è conciato talmente male che lo danno per morto. Si risveglia dopo 60 giorni di coma. Con una invalidità al 65 per cento. Non può più lavorare. Ma il peggio deve ancora venire. Racconta Paolo Bulleri, l’esperto di infortunistica che segue il caso. «Dopo l’incontro con la direzione del ministero del Lavoro di Venezia, scriviamo alla ditta. Che non risponde. La Imco risulta in liquidazione perché è fallita. In realtà tutti gli operai che prima lavoravano per la Imco continuano a lavorare con lo stesso padrone, gli stessi soci, ma sotto un’altra ditta». In teoria Ezzine avrebbe tutte le ragioni per chiedere un risarcimento danni al suo ex datore di lavoro. Ma chi gli pagava lo stipendio — tre contratti diversi, ogni volta una ditta diversa — è diventato trasparente. Anche per la legge. «Se avviamo una causa penale, il rischio è di non vedere più un euro», dice Bulleri. Ezzine e i suoi amici raccontano che nella zona del bresciano e del veronese le ditte di costruzioni a scomparsa sono quasi
la regola. «Ci sono tanti miei connazionali che non sanno nemmeno dove abbiano sede le ditte per cui lavorano. È come se non esistessero, aprono e chiudono, e il capo è sempre lui. Se ti fai male, come è successo a me, non sai a chi rivolgerti. Ti dicono: l’azienda non c’è più». Sono filiere lunghe da risalire quelle delle ditte a scomparsa.
Alcune si aggiudicano anche appalti pubblici. Ma l’allegra gestione privata dei dipendenti, quella non cambia.
LA ROTAZIONE DEGLI OPERAI
A Torino Remo Arcorace, costruttore 43enne originario di Monasterace (Reggio Calabria) è socio e amministratore unico della
srl unipersonale GR Costruzioni 2008. Ma anche della ditta individuale Arcorace Remo (poi acquistata dalla GR Costruzioni 2008), e di un’altra srl denominata GR. Il Museo dell’automobile di Torino gli affida un appalto. Sono cinquanta gli operai di Arcorace (dipendenti delle tre imprese). Vengono utilizzati, a rotazione, nel
cantiere del museo. E in altre opere pubbliche. Succede che un giorno del 2009 i lavoratori non vengono più pagati. Si rivolgono al sindacato. Il quale, per avviare una vertenza, deve sapere chi lavorava, dove e per chi. La memoria dei lavoratori è intatta. Ma i conti non tornano. Perché? Semplice: perché Arcorace spostava i suoi operai da un lavoro a un altro lavoro. Che però era stato appaltato — dal committente pubblico — ad un’altra impresa. Dello stesso Arcorace. Risultato: per il registro di cantiere il tale operaio non ha mai lavorato lì dove invece ha effettivamente lavorato. In pratica, non esiste. Ma è possibile far pagare in solido impresa appaltata e committente?
L’ASSENZA DI CONTROLLI
Questo è il problema. «Ci sono delle grosse responsabilità da parte delle committenza pubblica — ragiona Dario Boni, segretario della Fillea di Torino che ha seguito il caso degli operai di Arcorace — . Dovrebbe essere tutto più semplice, i controlli che devono essere fatti a monte non possono essere demandati al caso. Lo stesso badge di cantiere fornito dalle casse edili, se vogliamo eliminare il fenomeno delle srl e delle partite Iva che nascono e scompaiono, deve essere inequivocabile, impossibile da sostituire o da far girare». Quando questo accadrà, forse, i nuovi furbetti del mattone inizieranno ad avere meno agio. A Simeri mare, Catanzaro, c’è un cantiere che sta riaprendo dopo la lunga stagione estiva. Devono costruire un complesso turistico sulle ceneri di un vecchio stabilimento balneare. L’appalto, in questo caso privato, è andato a un’azienda che a sua volta ha subappaltato a una più piccola. Ecco spuntare la solita srl apri e chiudi. È una società di Sellia Marina, titolari due fratelli. Consultando le casse edili Gigi Verardi, della Cgil, ha scoperto che i due costruttori hanno aperto una sfilza di posizioni. Ogni srl un lavoro, ogni lavoro un gruppo di operai. Che sono figli di nessuno. «Mutazioni genetiche, diciamo così…», dice ironico Verardi. E non chiamatela truffa.

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