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Distribuzione degli utili, quel divieto non rimosso che frena l’impresa sociale

L’impresa sociale, promossa in Europa a pieni voti, nel nostro Paese mostra segni di atrofia. La Commissione Ue, con la Social Business Initiative dello scorso anno, ha ribadito la centralità della formula nell’agenda per lo sviluppo, ricordando che il peso sul prodotto interno complessivo sfiora ormai il 10% e che l’economia sociale dà occupazione a 11 milioni di lavoratori, il 6% del totale nell’area comunitaria. I riscontri provenienti dai singoli Paesi continuano a legittimare aspettative rosee: la quota di imprese sociali tra le start-up ha raggiunto il 25% nella media europea e ha superato il 30% in Finlandia, Francia e Belgio. In Gran Bretagna, intanto, il ministero della Salute ha approvato una norma che impone ad alcune strutture specializzate del servizio sanitario pubblico la trasformazione in impresa sociale.
A fronte di tanta vivacità nel quadro d’insieme, la situazione italiana appare nel complesso statica. Le imprese iscritte alla sezione ad hoc del Registro, prevista dalla disciplina istitutiva (Dlgs 118/05 e decreti d’attuazione) restano meno di mille, anche se, aggregando nel perimetro anche le cooperative sociali, il numero tocca quota 18mila.
A frenare lo sviluppo delle organizzazioni che producono beni e servizi di interesse generale sono, oltre alle difficoltà del periodo, anche alcuni limiti specifici della norma, non ultimo il divieto di distribuzione degli utili, da tempo oggetto di pressanti richieste di modifica. Lo dimostra il tentativo, nell’ultimo scorcio di legislatura, di inserire un emendamento alla legge di stabilità che prevedeva la possibilità di distribuire fino al 50% degli utili, ma solo per le imprese sociali costituite con forme giuridiche di natura commerciale (Srl, Spa). La proposta non è andata in porto, ma il dibattito resta acceso.
Sulle possibili vie per rilanciare l’impresa sociale intervengono ora alcuni tra gli esponenti più rappresentativi del mondo accademico e cooperativo. «Nonostante gli evidenti limiti quella sull’impresa sociale resta una disciplina di rilevanza strategica, in grado di dilatare e trasformare i modelli di gestione dei beni comuni in Italia», afferma Carlo Borzaga, professore di politica economica all’università di Trento e presidente di Euricse. «Ad esempio – spiega Borzaga – si vanno aggregando start-up sociali a elevato contenuto di innovazione, una casistica limitata in termini di unità imprenditoriali, ma d’impatto se si guarda al modello societario e alle caratteristiche dei promotori». Una casistica dei campi di applicazione è fornita da Flaviano Zandonai, segretario del consorzio Iris Network: «Sull’innovazione di prodotto – ricorda – registriamo una notevole vivacità in campo educativo: non solo istituti scolastici privati che, per ragioni di opportunità, adottano la veste di impresa sociale, ma anche strutture che operano a cavallo della produzione culturale. Tra i modelli societari, ad essere più gettonate sono le forme giuridiche di origine commerciale come le Srl, scelta guidata dall’intento di attrarre capitali, anche se non remunerati, e consentire una governance più stretta rispetto a investimenti di maggiore consistenza».
Un pacchetto di proposte per rivitalizzare la formula giunge da Paolo Venturi, direttore di Aiccon, centro studi sulla cooperazione che fa capo all’università di Bologna: «Prima di tutto – afferma – sarebbe utile riconoscere come Onlus di diritto tutte le imprese sociali costitute ai sensi della normativa esistente. Bisognerebbe, inoltre, concedere lo statuto di impresa sociale a tutte quelle organizzazioni private, comprese le non profit, che esercitano in via stabile un’attività economica finalizzata alla produzione di beni o servizi di utilità sociale, in vista di obiettivi di interesse generale». «Questo – prosegue Venturi – porterebbe a superare il vincolo dei settori individuati dalla norma per esercitare attività di impresa sociale, introducendo in alternativa un test di socialità basato su indicatori di impatto socio-economico, monitorati periodicamente».
Quanto al nodo più controverso, relativo alla possibilità di allentare il vincolo alla distribuzione degli utili, per Borzaga «si può anche prevederne la distribuire, purchè in forma calmierata, ossia con un “cap”, ma quello che conta principalmente è rendere indisponibile e inalienabile il patrimonio che, in caso di chiusura dell’impresa sociale, dovrebbe essere destinato a fondi settoriali o ad altre imprese della stessa tipologia».

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