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Distretti, export a livelli record

E fanno 17. Con la crescita del 5,4% tra gennaio e marzo, i distretti industriali italiani inanellano il 17esimo trimestre consecutivo di crescita portando a livelli record l’export dei territori a maggiore vocazione manifatturiera. Il quadro tracciato dal monitor distretti di Intesa Sanpaolo è in generale confortante e non solo dal lato quantitativo, confermando la forza del trend rialzista dopo il balzo a doppia cifra quasi “obbligato” del 2010, all’indomani del crollo dell’anno precedente. Ma più dei valori assoluti conta forse la pervasività del trend, con tassi di crescita importanti sia in termini geografici, con un ruolo rilevante svolto dai mercati maturi e da quelli emergenti, sia in termini settoriali, con segnali positivi presenti a pioggia: dal sistema moda alla meccanica, dall’alimentare ai materiali da costruzione, dalla gomma al tessile. Risultati convincenti anche se il confronto è con i nostri principali partner commerciali, cioè Germania e Francia, protagonisti di performance decisamente meno brillanti: per la Germania la crescita dell’export tra gennaio e marzo è stata pari all’1,5% mentre Parigi si è dovuta accontentare di un ancora più magro +0,6%, risultati inferiori sia al dato medio dell’export del manifatturiero tricolore, in crescita dell’1,9% che al ben più robusto +5,4% realizzato dalle aree distrettuali. Il trimestre vede un nuovo record per l’export dei territori a maggiore densità manifatturiera, arrivati a vendere oltreconfine prodotti per 21,3 miliardi, 1,1 miliardi in più rispetto al 2013. “Star” indiscussa, con un balzo del 16,4%, è la macroarea della componentistica e della termomeccanica friulana, in grado di aggiungere ben 108 milioni di vendite al dato 2013. Ma è interessante notare come tra i 30 maggiori distretti per contributo alla crescita ve ne siano più dei due terzi in crescita a doppia cifra, con molte altre aree a ridosso di quota 10%. Brillano le oreficerie di Valenza e Arezzo, balza di 18 punti la concia di Arzignano, prosegue la corsa della pelletteria di Firenze ma soprattutto si risvegliano le grande aree della meccanica. Rubinetti e pentole di Lumezzane, metalli di Brescia, macchinari di Varese, Vicenza, Bergamo e Piacenza realizzano performance robuste sia in termini percentuali che in valori assoluti offrendo un contributo determinante alle migliaia di aziende dell’indotto che ruotano attorno alle commesse delle aziende più strutturate e vocate all’export. Dal punto di vista geografico anche nel primo trimestre 2014 la dinamica distrettuale è stata più spinta nei nuovi mercati, dove l’aumento delle vendite è stato pari al 7,4%. «È un fenomeno interessante – spiega il responsabile Industry di Intesa Sanpaolo Fabrizio Guelpa – perché su base nazionale le vendite extra-Ue invece non brillano. Nei distretti però lo sviluppo è omogeneo, mi pare di poter dire che la congiuntura si sta muovendo e noi seguiamo la domanda, con performance positive nei mercati remoti ma anche in quelli di prossimità. È forse un effetto indotto della debolezza interna: tutti gli sforzi delle aziende ormai sono sull’export». In Europa gli acquisti di made in Italy sono corali, ripartono in Germania e soprattutto in Spagna, tornata a correre dopo dieci trimestri consecutivi in apnea. Tra i nuovi mercati brilla in particolare il Medio Oriente per la gioielleria, mentre proseguono gli acquisti di made in Italy in Cina e Corea del Sud. In netta controtendenza è invece la Russia, dove svalutazione del rublo e crisi ucraina provocano una caduta della domanda di prodotti esteri: -8,9% la performance del made in Italy distrettuale, che si traduce in minori ricavi per quasi 70 milioni di euro per le nostre imprese. Riduzione tuttavia più che compensata da altre aree, tra cui va segnalata ancora una volta la performance degli Stati Uniti, terzo mercato di sbocco per il nostro export, capace di aggiungere quasi 100 milioni di vendite alle già brillanti performance del 2013.
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