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Il distratto incorre nella bancarotta

Levare (ovvero, buttare) via le scritture contabili, per mera distrazione, non serve per l’imprenditore ad evitare la condanna per bancarotta fraudolenta. La Corte di cassazione con la sentenza n. 45998 del 2 novembre 2016 ha, quindi, confermato la condanna per bancarotta fraudolenta a carico dell’amministratore unico che nel corso di un trasferimento di sede aziendale aveva buttato nella spazzatura degli scatoloni contenenti, a propria insaputa, le scritture contabili della società.

Il caso ha avuto origine, a detta dell’imputato, quando nel corso di un trasloco alcuni scatoloni contenenti le scritture contabili di una srl erano stati scambiati per dei contenitori di vecchie riviste destinati al macero.
In particolare, l’amministratore unico di tale società si è difeso sostenendo la tesi suddetta poi avallata da alcuni testimoni.

Tuttavia, la versione raccontata dal manager e quella dei testimoni non ha convinto, oltre al tribunale, neppure la Corte di appello che ha ribadito il verdetto del giudizio di primo grado che aveva dichiarato l’amministratore colpevole del reato di bancarotta fraudolenta documentale nella sua qualità di amministratore unico della srl (poi dichiarata fallita), condannandolo a due anni di reclusione. Per cui, il reo, a questo punto, ha dovuto ricorrere per Cassazione.

In tale sede è stato subito fatto notare come la circostanza della distrazione nel portare avanti l’operazione di trasloco non possa rientrare nella logica delle cose.

Anche se era stata incaricato del personale esterno, non si capisce perché, ha osservato la Corte, si sarebbe dovuto «gettare via quanto il personale della ditta aveva avuto cura di sistemare in scatoloni, senza controllarne accuratamente il contenuto e senza consultare l’amministratore o altra persona che potesse a ciò autorizzarlo».

Inoltre, era stato rilevato che un testimone chiave, in realtà, «ha riferito non già di avere per errore gettato via le scritture contabili, ma solo un giudizio di verosimiglianza relativo a tale circostanza».

Al contrario, la Corte di merito ha «smontato» la tesi difensiva «operando una valutazione di insostenibilità del giudizio di verosimiglianza prospettato dal teste».

Vincenzo D’Andò

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