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«Disoccupazione, tragedia europea»

«La disoccupazione è una tragedia». Sta qui la vera sfida lanciata ai governi di Eurolandia, che devono perseguire crescita e insieme giustizia, fairness, contro l’evasione fiscale, l’egoismo delle élites politiche e i vincoli a fare impresa. La Banca centrale europea, di suo, può fare poco. Anche se l’inflazione resterà in media al di sotto del 2% fino a tutto il 2014.
È stato un discorso atipico, quello tenuto ieri da Mario Draghi, presidente della Bce, alla Katholische Akademie in Bayern di Monaco, segnato da riferimenti ai papi Benedetto XVI e Pio XI, alla dottrina sociale della chiesa e a quella dell’economia sociale di mercato, all’Adam Smith della Ricchezza delle Nazioni e a quello della Teoria dei sentimenti morali. Perché alle considerazioni sulla politica monetaria, dedicate a placare i timori tedeschi, Draghi ha voluto aggiungere temi di più largo respiro.
La politica monetaria – ha subito spiegato – non sfuggirà di mano. La liquidità creata dalla Bce non si trasforma direttamente in offerta di moneta, ha detto, «e la crescita della moneta è molto al di sotto dei livelli inflazionistici. La concessione di credito al settore privato è dappertutto debole e si contrae in ampie parti di Eurolandia. E le aspettative di inflazione sono ben ancorate».
Analogamente, non ci sono pericoli per i tedeschi. Anche se qualche squilibrio si è venuto a creare in Eurolandia e quindi nei conti della Bundesbank (nel sistema di pagamenti Target 2, in particolare), questi sbilanci colpirebbero i contribuenti «solo in caso di una rottura di Eurolandia». Agendo con decisione per evitare questo scenario, la Bce ha anche «ridotto questi ipotetici rischi».
La Bce però non può fare di più. In tutti i sensi. Draghi lo ha ripetuto anche ieri, anche se ha poi corretto l’enfasi del collega Peter Praet il quale, qualche ora prima, aveva spiegato che «più a lungo manteniamo una politica monetaria altamente espansiva (accomodative) più vedremo manifestarsi, e con sempre maggiore evidenza un fenomeno: la necessità di usare dosi sempre più grandi di un intervento solo per vedere la sua influenza diventare sempre più tenue». Parole non diverse da quelle di un altro componente del board, Yves Mersch, secondo il quale «mantenere le misure straordinarie su un periodo troppo lungo crea falsi incentivi e porta al moral hazard», ossia a forme di opportunismo da parte delle banche o dei governi; per cui «sarebbe desiderabile» interrompere alcune di queste politiche. Draghi ha però spiegato, al termine del discorso, che l’inflazione resterà sotto il 2% anche nel 2014 e che è presto pensare a una exit strategy.
Draghi ha comunque confermato che la Bce non può fare tutto. «Noi non possiamo riparare bilanci non sani. Non possiamo “ripulire” banche in difficoltà. Non possiamo risolvere problemi radicati delle economia di Eurolandia», ha detto. Tocca ai governi, che sanno bene cosa occorra: «Abbiamo bisogno di riforme per rendere più facile fare impresa; per garantire che coloro che devono pagare le tasse lo facciano; per assicurare che i pubblici servizi servano davvero il pubblico». Occorre anche farlo con giustizia, con fairness. Non è giusto, ha spiegato, che in un paese della Uem (la Spagna?) il 50% dei giovani sia senza lavoro e sopporti tutto il peso della crisi. O che in un altro paese (l’Italia?) manchino all’appello tasse per 55 miliardi e i lavoratori dipendenti debbano «coprire la differenza». O ancora che vantaggi e oneri del welfare state ricadano in modo diseguale sulle diverse generazioni.
Sciogliere questi nodi è compito dei singoli stati, ha spiegato Draghi, che stanno lavorando in questo senso. Anche se, ha concluso richiamando la dottrina sociale cattolica, i paesi devono anche sostenersi. A una condizione, ha precisato: deve esserci la fiducia «che ciascuno metterà la casa in ordine, anche se politicamente difficile; che ciascuno rispetti le regole, anche se questo impone scelte popolari; che ognuno limiti la propria sovranità, anche se significa rompere con il passato».

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