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Disoccupati in trappola sempre più a lungo

Muratore, bibliotecario, cuoco, addetto alle pulizie, tranviere. Persino animatore per bambini nei centri commerciali e venditore di rose. Mille mestieri, ogni giorno uno diverso, perché «è brutto la mattina quando ti alzi e non sai dove andare». L’immagine arriva da “L’intrepido”, film di Gianni Amelio di qualche mese fa che tratteggia la condizione sempre più precaria di chi, passata la soglia degli “anta”, si trova senza la certezza del posto fisso e per restare a galla si adatta a qualsiasi tipo di attività. Gli ultimi dati dell’Istat parlano di oltre 3 milioni di disoccupati, una quota raddoppiata rispetto al 2008. E se prima della crisi i jobseeker rappresentavano il 7% della forza lavoro, oggi sono il 12%.
Cresce il disagio
Un esercito rimpolpato in primis da chi ha perso un impiego: i reduci di fabbriche e uffici chiusi – secondo il report realizzato dal centro studi Datalavoro per Il Sole 24 Ore – sfiorano la soglia di 1,7 milioni (+131% in media rispetto a 5 anni fa, con un boom del +185% al Nord). Ma che annovera anche una discreta quota di persone prima inattive o senza precedenti esperienze (1,4 milioni). «Oggi alla ricerca di un posto – osserva Egidio Riva, sociologo e ricercatore della Fondazione Ismu – ci sono sempre più persone che in precedenza potevano permettersi di rimanere in stand-by per ragioni legate allo studio e alla formazione, alla cura, al disinteresse per un’occupazione retribuita e che ora, invece, si adattano agli incarichi più vari».
E a peggiorare, negli ultimi tempi, è la “qualità” della disoccupazione. Perché nel baratro si resta più a lungo: dal 2008 sono saliti di quasi un milione (950mila per l’esattezza) coloro che cercano un impiego da almeno un anno, portandosi sopra il livello di 1,7 milioni e allargando il proprio peso sul totale (oggi quasi 6 su dieci, rispetto a meno del 46% di cinque anni fa). «Il problema della disoccupazione di lunga durata – spiega Michele Pasqualotto, ricercatore di Datalavoro – sta assumendo dimensioni preoccupanti anche al Nord, dove in particolare per i giovanissimi sotto i 25 anni, il numero è aumentato di circa quattro volte e mezzo».
Giovani e over 45 penalizzati
A guardare solo la carta d’identità, poi, emerge che la crisi sta penalizzando di più i due “poli” del mercato del lavoro. Da un lato i giovani, che fanno un’enorme fatica a entrare in campo (tassi di disoccupazione raddoppiati), anche ad alti livelli di istruzione, con il tasso di disoccupazione dei laureati under 30 di poco inferiore a quello dei diplomati della stessa fascia d’età (24,4% contro 26,9%).
Dall’altro lato, gli over 45 senza un posto sono aumentati di due volte e mezzo dal pre-crisi e sono esattamente un quarto del totale (cioè 760mila).
In generale, però, nessuno si salva dalla débâcle. «Quando la marea sale “rovescia” tutte le barche – evidenzia Luigi Campiglio, ordinario di politica economica all’Università Cattolica di Milano -: giovani e meno giovani, uomini e donne, bassi profili e figure più qualificate, tutte le categorie sembrano essere in affanno dopo anni di recessione». Le lavoratrici, ad esempio, inizialmente protette dalla crisi, ora devono pagare il conto, soprattutto al Nord, dove le disoccupate sono cresciute del 93%: delle 514mila nuove jobseeker, quasi la metà risiede al Settentrione. E anche gli uomini sono sempre più fermi ai box: la compagine maschile ha incassato infatti i fendenti più duri e ha visto più che raddoppiare i disoccupati, passati da meno di 800mila a circa 1,7 milioni.
«Gli effetti negativi della perdita del lavoro – sottolinea Campiglio – si moltiplicano quando vanno a colpire i nuclei familiari, così diventa sempre più affannosa la ricerca della quadratura del bilancio». E, come certifica Eurostat, aumenta il rischio di povertà: in Italia riguarda il 29,9% della popolazione, il dato peggiore della zona euro dopo quello greco.
La débâcle del Settentrione
Sul territorio, se il Sud resta il malato cronico, è il Nord a peggiorare di più il proprio stato di salute, con una crescita del 127% (quasi 600mila disoccupati in più), portando il valore assoluto a superare quota un milione.
Il risultato è che se prima della crisi circa il 28% dei disoccupati abitava nel Settentrione, ora siamo passati al 34 per cento. La regione più “scottata” è stata l’Emilia Romagna, dove i disoccupati sono quasi triplicati (il tasso è passato dal 3,1% all’8,2% in 5 anni). Non va meglio in Lombardia e Piemonte, con aumenti intorno al 130%. Le aree del Sud, invece, vedono più che altro aggravarsi una situazione già critica (si pensi ai record negativi di Calabria e Campania, intorno al 22%), a differenza di un Nord che per rintracciare una situazione d’emergenza di questo livello dovrebbe tornare indietro di trent’anni.
«Il fatto che la crisi abbia colpito di più, in termini relativi, gli over 45, con un titolo di studio elevato e residenti nelle regioni economicamente più avanzate – conclude Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro alla Bocconi – è il riflesso dei gravi problemi strutturali del nostro sistema produttivo che vanno oltre la congiuntura negativa. Se la quota di alti profili si è assottigliata significa che non si è investito in produzioni ad elevato valore aggiunto. Il risultato è che ci siamo impoveriti proprio di quella parte più esperta e competente delle forze lavoro che ci servirebbe oggi per rilanciare le nostre imprese».

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