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Dismissioni, obiettivo 30 miliardi subito

Ridurre lo stock del debito pubblico per almeno 30 miliardi entro la fine dell’anno e per almeno 200 miliardi nell’arco del prossimo quinquennio, con l’obiettivo di arrivare il prima possibile a un debito/Pil al 110 per cento. Sarebbe questo, secondo fonti bene informate, l’obiettivo del programma di breve, medio e lungo termine di dismissioni del patrimonio pubblico, immobiliare e non, allo studio del Governo Monti e della Banca d’Italia. Un target molto ambizioso ma calato nel l’emergenza. Emergenza che potrebbe spingere l’Esecutivo a compiere già oggi il primo atto per la nascita di uno dei due fondi immobiliari in rampa di lancio. Nelle prossime settimane toccherà poi al fondo mobiliare da 1 miliardo che acquisirà le quote delle aziende sane in mano ai piccoli comuni.
Il Tesoro si trova poco più a metà strada del percorso da 220 miliardi di raccolta a medio-lungo termine previsto per quest’anno. Questo significa che dovranno essere collocate aste di BTp, CcT e CTz per circa 100 miliardi nel secondo semestre, con la domanda estera oramai azzerata. Se le dismissioni e privatizzazioni potessero rimpinguare il fondo di ammortamento dei titoli di Stato (vuoto da tempo troppo lungo), il Tesoro potrebbe attuare due strategie: acquistare i titoli di Stato sul secondario a prezzi scontati (ne girano molti sotto quota 80), con un impatto sul taglio dello stock superiore alla disponibilità di cassa per gli acquisti, e ridurre gli ammontari delle aste nei momenti di alta tensione sui mercati. Se il Governo Monti riuscisse a dare un segnale forte in questa direzione, con interventi tangibili entro la fine dell’anno sul mercato dei titoli di Stato attraverso il fondo di ammortamento oltre al pareggio di bilancio e al surplus primario nei tempi prestabiliti, il mercato potrebbe farsi una ragione sul fatto che l’Italia non va assimilata alla Spagna. Mentre Madrid chiede aiuti per ricapitalizzare le banche e fa di tutto per evitare l’avvio di un programma di aiuti Eurozona-Fmi come quello in corso per Portogallo, Irlanda e Grecia, l’Italia deve convincere il mercato che la richiesta di aiuti – anche soltanto per arginare una crisi di liquidità in asta provocata da rendimenti stellari – è fuori discussione. E che il Tesoro ha pronto nel cassetto un programma di dismissioni del patrimonio pubblico tale, anche spalmato su un arco temporale molto lungo purché scandito da un calendario certo, da rendere le aste e il rimborso dei titoli in scadenza gestibili con la sola domanda interna.
Come detto, il primo atto del piano di dismissioni messo in cantiere dall’esecutivo potrebbe essere compiuto dal Consiglio dei ministri odierno. Dei due fondi immobiliari in via di costituzione (uno gestito alla Cassa depositi e prestiti e l’altro dal Mef tramite l’Agenzia del demanio) quest’ultimo potrebbe partire già oggi. Utilizzando la procedura dell’articolo 33 del decreto 98 del luglio scorso al fondo verrebbero conferiti i migliori 400-500 immobili tra i 12mila appartenenti alla “white list” di beni elaborata ai tempi delle trattative sul federalismo demaniale. Sarebbero cioè beni statali che anziché transitare nel portafoglio di regioni, province e comuni finirebbero in un “contenitore” market oriented. Poi toccherà al fondo da 1 miliardo gestito dalla Cdp che rileverà i cespiti in possesso degli enti locali e li collocherà sul mercato, eventualmente cambiandone la destinazione d’uso.
Su una dote analoga dovrebbe poter contare anche il fondo mobiliare che nascerà da una costola del Fondo strategico italiano della Cassa depositi e prestiti. Considerando l’ammontare di partenza non elevato difficilmente la Cdp rivolgerà lo sguardo alle grandi partecipate perché rischierebbe di esaurire il plafond dopo tre o quattro operazioni. Per cui è più facile che si punti sulle quote delle società sane e redditizie che oggi sono in mano ai comuni con meno di 50mila abitanti.

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