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I discriminati della pandemia

I dati di alcune recenti ricerche sulla situazione economica e finanziaria delle piccole e medie imprese italiane sono univoci nel delineare un quadro per molti aspetti drammatico. Secondo una ricerca Svimez-Tagliacarne il 15% delle imprese tra 5 e 500 dipendenti è a forte rischio di chiusura. Si tratta di più di 70 mila imprese. A livello generale il 48% delle impresse italiane viene catalogato in una condizione di fragilità. Naturalmente la situazione cambia moltissimo in funzione del settore di appartenenza. La ristorazione è uno dei più fragili tanto che a causa della pandemia, secondo un rapporto Fipe-Confcommercio, ha già visto andare in fumo più di mezzo milione di posti di lavoro.

Anche dal punto di vista finanziario la situazione è spinosa. Secondo un’indagine curata dal Dipartimento Politiche Industriali in collaborazione con Cna, il 50% delle piccole e medie imprese ha aumentato i propri debiti con il sistema bancario a causa delle difficoltà imposte dalla legislazione anti-Coronavirus. Tanto che più della metà delle imprese ha usufruito della moratoria sui mutui, recentemente prorogata con il decreto legge Sostegni bis. Moratoria che è stata forse la più importante delle misure anticrisi, se è vero che, secondo i dati del ministero dell’Economia, vale 126 miliardi, cui si possono aggiungere gli altri 184 miliardi di finanziamenti assistiti da garanzie pubbliche.

Se a ciò aggiungiamo che più del 70% delle pmi ha registrato una contrazione del fatturato nei primi quattro mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del precedente anno e per oltre il 45% tale flessione supera il 30%, emerge uno scenario che richiama quello che si avrebbe alla fine di una guerra. Un conflitto asimmetrico, però. Perché non tutti i settori sono stati colpiti nello stesso modo e non tutti i lavoratori hanno dovuto sopportare le stesse difficoltà. Tra i settori che certamente non hanno risentito della crisi basti pensare al farmaceutico, oppure alla logistica, mentre il piccolo commercio e la ristorazione, come già visto, e tutte le attività legate allo svago, allo sport o all’intrattenimento hanno subito colpi durissimi. Così, mentre i pubblici dipendenti o gli impiegati delle grandi aziende del terziario avanzato hanno semplicemente dovuto adattarsi al lavoro da remoto (in alcuni casi spuntando anche qualche beneficio economico), in altri campi sono fioccati licenziamenti e cassa integrazione.

È evidente che le misure di sostegno varate dal governo, pur impegnando diverse decine di miliardi di risorse, non hanno potuto, se non in minima parte, compensare gli effetti discriminanti imposti dalle pur necessarie misure di contrasto all’emergenza sanitaria. Di fatto ci sono categorie di imprese e di lavoratori che hanno pagato e che pagheranno nei prossimi mesi anche per gli altri. Un elementare criterio di equità imporrebbe di dare maggior riconoscimento pubblico a questo sacrificio imposto dall’esigenza di garantire il distanziamento sociale, cercando di immaginare forme più efficaci di solidarietà nei loro confronti.

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