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Disconoscimento, tempi serrati

di Debora Alberici 

D'ora in avanti meno tempo per l'azione di disconoscimento della paternità: il marito può esercitarla entro un anno dalla confessione dell'adulterio e non dall'esame del Dna che conferma l'incompatibilità del sangue.

Intervenendo su un tema particolarmente dibattuto la Corte di cassazione, sentenza n. 5653 depositata il 10 aprile 2012 ha accolto il ricorso di una donna che aveva confessato al marito il tradimento e che il figlio non era sicuramente suo.

Il caso.

La vicenda prende le mosse a Roma. Durante un litigio feroce una giovane donna ha confessato al marito alcuni tradimenti. Non solo. Ha anche detto lui che con buona probabilità il loro unico figlio non era suo. L'uomo ha registrato la conversazione ma solo dopo molti mesi ha deciso di sottoporsi all'esame del Dna. Questo ha confermato l'inesistenza del legame di sangue. A questo punto il giovane ha esercitato l'azione di disconoscimento della paternità. In tempo secondo la Corte d'appello ma non secondo la Cassazione. Infatti l'uomo avrebbe dovuto far valere i suoi diritti entro un anno dalla confessione e non dall'esame clinico.

Le motivazioni. Sul punto la prima sezione civile ha motivato che «il termine annuale di decadenza, ai sensi degli artt. 235 c.c., comma 1, n. 3, e 244 c.c., comma 2, decorre appunto dalla data di acquisizione della conoscenza dell'adulterio della moglie e non da quella di raggiunta «certezza» negativa della paternità biologica, sul rilievo che una diversa esegesi del predetto art. 244 c.c., la quale differisse a tempo indeterminato l'azione di disconoscimento, facendone decorrere il termine di proponibilità dai risultati di un'indagine (stragiudiziale) cui non è dato a priori sapere se e quando i genitori possano addivenire, sacrificherebbe in misura irragionevole i valori di certezza e stabilità degli status e dei rapporti familiari, a garanzia dei quali la norma è, invece, predisposta».

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