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Disclosure a tambur battente

La riemersione dei capitali all’estero obbliga alla regolarizzazione di tutti i redditi non dichiarati, ovunque prodotti e a prescindere dal luogo di detenzione delle disponibilità a questi connesse. È stata questa la ragione per cui si è provveduto ad estendere l’operatività della procedura anche a coloro i quali abbiano evaso le imposte in Italia, senza trasferire i relativi proventi all’estero.

Infatti la collaborazione volontaria impone di disvelare i redditi non dichiarati, prodotti in Italia e/o all’estero, in maniera veritiera, spontanea, tempestiva, ma soprattutto, completa. L’estensione a tutto campo la si desume peraltro dalla formulazione dell’art. 5-quater, comma 1, lett. a) del dl n. 167/90, che nell’attuale versione richiede all’istante di «indicare spontaneamente all’amministrazione finanziaria, mediante la presentazione di apposita richiesta, tutti gli investimenti e tutte le attività di natura finanziaria costituiti o detenuti all’estero, anche indirettamente o per interposta persona, fornendo i relativi documenti e le informazioni per la determinazione dei redditi che servirono per costituirli o acquistarli, nonché dei redditi che derivano dalla loro dismissione o utilizzazione a qualunque titolo, unitamente ai documenti e alle informazioni per la determinazione degli eventuali maggiori imponibili agli effetti delle imposte sui redditi e relative addizionali, delle imposte sostitutive, dell’imposta regionale sulle attività produttive, dei contributi previdenziali, dell’imposta sul valore aggiunto e delle ritenute, non connessi con le attività costituite o detenute all’estero (_)».

Il riferimento a quanto non connesso con le attività costituite o detenute all’estero, di fatto estende l’obbligo di regolarizzare anche quanto generato in Italia, pur non detenuto all’estero.

Non si tratta di un condono è bene ricordarlo, ma di un ravvedimento speciale che deve necessariamente concernere tutti i redditi generati e non dichiarati nei periodi di imposta ancora accertabili. Un impegno che in alcuni casi rischia di essere estremamente complesso.

Raddoppio dei termini per l’accertamento. Un altro problema relativo all’applicazione della voluntary disclosure riguarda il raddoppio dei termini di accertamento di cui al comma 3, degli articoli 43 dpr n. 600/73 e 57 dpr n. 633/72. Il fatto che il perfezionamento della procedura porti al beneficio dell’esimente penale di tipo oggettivo è conseguente al pagamento di quanto dall’Agenzia ricostruito e richiesto di corrispondere con riferimento a tutti i periodi di imposta accertabili. In altre parole, non derogando la procedura in alcun modo all’obbligo di denuncia della notizia di reato (ai sensi dell’art. 331 c.p.p.), quest’ultima verrà effettuata e i conteggi saranno perciò determinati (in caso di reato tributario) tenendo conto del raddoppio dei termini. Invero, l’art. 5-quater comma 3, del dl n. 167/90 così stabilisce: «Entro trenta giorni dalla data di esecuzione dei versamenti indicati al comma 1, lett. b, l’Agenzia delle entrate comunica all’autorità giudiziaria competente la conclusione della procedura di collaborazione volontaria (…)». In altri termini, solo e soltanto dopo il pagamento di quanto dovuto, viene in rilievo l’esimente penale. Non prima. L’effetto non va confuso con la causa. Il raddoppio dei termini trova applicazione per via dell’obbligo della notizia di reato che è antecedente il perfezionamento della procedura. Prova ne è che l’Agenzia debba nei 30 giorni successivi al pagamento comunicare il perfezionamento della collaborazione volontaria ai fini dell’archiviazione del procedimento di cui alla notizia di reato trasmessa.

La problematica del raddoppio dei termini ordinari di accertamento necessiterebbe di essere ulteriormente considerata, anche nell’ottica della delega fiscale di prossima attuazione che richiede l’effettivo invio della notizia di reato entro i termini ordinari di accertamento. Anticipare gli effetti già nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria porterebbe a una semplificazione degli adempimenti di natura documentale e ricostruttiva, unitamente all’alleggerimento del conto da pagarsi. Le tempistiche disallineate con l’attuazione delle delega potrebbero condurre al paradosso che chi aderisce dopo possa, a parità di condizioni, beneficiare di un vantaggio significativo, assenza di raddoppio dei termini, francamente incomprensibile e penalizzante per chi ha aderito prima.

Scudi fiscali. La collaborazione volontaria ha poi un impatto anche sugli eventuali scudi fiscali posti in essere in passato. Invero, le persone fisiche avevano potuto sanare l’evasione sottesa ai redditi non dichiarati (con esclusione dell’Iva ove applicabile), senza poter regolarizzare la posizione delle eventuali società coinvolte. Per queste ultime, nell’ambito della procedura occorrerà pagare l’Ires dovuta, unitamente all’Iva evasa. Inoltre, nel caso in esame la riqualificazione dell’agenzia in capo alle persone fisiche quale distribuzione di dividendo della società ai soci, non sarà oggetto di ulteriore imposizione rimanendo assorbita dallo scudo fiscale.

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