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Disciplinari con «misura»

Con sentenza 15 del 7 gennaio 2015, la Corte di cassazione ha affermato che risulta sproporzionato e, quindi, illegittimo illicenziamento intimato a un lavoratore, che usufruiva di un alloggio del datore di lavoro a condizioni estremamente vantaggiose, per non avere comunicato di essere, a sua volta, già proprietario di altri beni immobili. Il fatto materiale su cui è stata chiamata a pronunciarsi la Suprema corte si riferiva, in tal senso, ad un lavoratore che aveva sottaciuto la sua reale situazione abitativa allo scopo di continuare a beneficiare dell’alloggio messo a disposizione dal datore di lavoro per un irrisorio corrispettivo di 18 euro mensili.
In sede di giudizio era emerso, tra l’altro, che il lavoratore non aveva risposto alla lettera in cui gli si chiedeva di comunicare la propria situazione abitativa, disvelando in tal modo la propria consapevolezza circa il fatto che la concessione dell’alloggio datoriale a uso abitativo era sostanzialmente incompatibile con le proprietà immobiliari da lui detenute.
La Corte di cassazione valorizza e riconosce l’esistenza degli addebiti mossi in sede disciplinare al lavoratore e ne censura il comportamento contrario ai canoni della correttezza e buona fede, ma ritiene che, alla luce di un giudizio di proporzionalità sulla gravità dei fatti oggetto di contestazione, il licenziamento risulti eccessivo e, dunque, sproporzionato. In forza di tale assunto, la Suprema corte, facendo applicazione dell’articolo 18 della legge 300/1970, ha confermato la condanna del datore alla reintegrazione in servizio e al versamento di un indennizzo risarcitorio corrispondente alle retribuzioni perdute dal lavoratore a seguito del licenziamento, dedotto unicamente l’aliunde perceptum.
Al di là di ogni giudizio sulla condivisibilità (o meno) delle conclusioni cui è pervenuta la Cassazione, è interessante osservare che, alla luce della nuova disciplina sul contratto di lavoro a tutele crescenti, una sentenza di reintegrazione sul posto di lavoro, in presenza di analoga dinamica processuale, non sarebbe stata possibile.
Il decreto attuativo presentato dal Governo il 24 dicembre 2014 prevede che esclusivamente nell’ipotesi di licenziamento disciplinare in cui sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale posto a base della contestazione il giudice annullerà il licenziamento e condannerà il datore di lavoro alla reintegrazione. In tutte le altre ipotesi in cui sia confermato il giudizio di illegittimità del licenziamento, viceversa, il lavoratore potrà beneficiare esclusivamente di una tutela indennitaria ricollegata alla sua anzianità di servizio.
Nessuno spazio, dunque, viene lasciato, in forza della nuova disciplina, a verifiche e valutazioni sulla adeguatezza della misura espulsiva rispetto alla gravità degli addebiti, così come ad altre considerazioni in merito alla consapevolezza del lavoratore e ai pregiudizi economici sofferti dal datore, essendo la reintegrazione consentita solo in presenza di un fatto che, all’esito del processo di merito, sia riconosciuto insussistente nella sua componente materiale. Il mutamento di prospettiva appare rilevante ed è confermato dalla precisazione del decreto per cui resta estranea ogni valutazione in merito alla sproporzione del licenziamento, ribadendosi in questo modo che la reintegrazione in servizio costituisce una misura assolutamente residuale.

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