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Il disciplinare può attendere

Nel caso in cui un procedimento disciplinare penda nei confronti di un avvocato ed oggetto dell’addebito siano gli stessi episodi contestati in sede penale, il Consiglio nazionale forense (Cnf) avrà l’obbligo di sospendere il procedimento disciplinare in favore del giudice penale, poiché sarà quest’ultimo il giudice naturale a cui dovrà essere soggetto l’imputato.

È quanto affermato dai giudici dalle Sezioni unite civili della Corte di cassazione con un’ordinanza (n. 2615) dello scorso 1 febbraio.

Pertanto, i giudici di piazza Cavour, hanno ribadito un ormai consolidato principio dettato dalla giurisprudenza secondo cui si imporrà la sospensione del giudizio disciplinare in pendenza del procedimento penale, ai sensi dell’art. 295 cod. proc. civ. e conseguentemente che, quando risulti la pendenza di un procedimento penale, il Consiglio nazionale forense sarà chiamato necessariamente a verificare la sussistenza dei presupposti per la sospensione del procedimento disciplinare, procedendo ad una delibazione in ordine alla effettiva identità esistente tra le condotte contestate in sede penale e quelle oggetto del procedimento sottoposto alla sua cognizione (si veda anche: Cassazione Sez. un., n. 5991 del 2012; Sez. un., n. 15206 del 2016).

Il rito penale, però, non può mutare le forme del procedimento disciplinare. Le stesse sezioni unite civili della Corte di cassazione, con una sentenza del 2015 (n. 23540), sempre in tema di procedimento disciplinare, hanno avuto modo di evidenziare come le funzioni esercitate in materia disciplinare dai consigli locali dell’Ordine degli avvocati, e il relativo procedimento, hanno natura amministrativa e non giurisdizionale, quindi la disciplina procedimentale non sarà mutuabile, nelle sue forme, dal codice di procedura penale (cfr. ex multis Cass. Sez. un. 5 ottobre 2007 n. 20843; 22 dicembre 2011 n. 28339; 5 ottobre 2007 n. 20843).

Gli Ermellini, nella stessa sentenza, hanno inoltre evidenziato come nel giudizio di impugnazione delle decisioni del Consiglio nazionale forense dinanzi alla Corte di cassazione, contraddittori necessari – in quanto unici portatori dell’interesse a proporre impugnazione e a contrastare l’impugnazione proposta – sono unicamente il soggetto destinatario del provvedimento impugnato, il Consiglio dell’Ordine locale che ha deciso in primo grado in sede amministrativa e il pm presso la Corte di cassazione, mentre tale qualità non può legittimamente riconoscersi al Consiglio nazionale forense, per la sua posizione di terzietà rispetto alla controversia, essendo l’organo che ha emesso la decisione impugnata.

Procedimento disciplinare a carico degli esercenti la professione forense ed esposizione dei fatti. Inoltre, nel procedimento disciplinare a carico degli esercenti la professione forense, la contestazione degli addebiti non esige una minuta, completa e particolareggiata esposizione dei fatti che integrano l’illecito, essendo, invece, sufficiente che l’incolpato, con la lettura dell’imputazione, sia posto in grado di approntare la propria difesa in modo efficace, senza rischi di essere condannato per fatti diversi da quelli ascrittigli. È quanto osservato dai giudici delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, sempre nel 2015 (sentenza n. 21948).

E nel caso in cui il Coa proceda a raccogliere informazioni e documentazione, rd n. 37 del 1934, ex art. 47, non sussisterà alcun obbligo di informarne l’incolpato con avvisi o convocazioni, prima dell’atto di citazione di cui al successivo art. 48 (S.u. 5 ottobre 2007, n. 20843). La stessa mancata immediata comunicazione dell’apertura del procedimento all’interessato non determina la nullità della conseguente delibera del Consiglio dell’ordine degli avvocati, ma solo quella degli atti di istruzione eventualmente compiuti prima della predetta comunicazione (S.u. 19 gennaio 2015, n. 737).

Il titolo dell’azione disciplinare obbligatoria e la pronuncia penale. E, infine, la stessa Cassazione civile (Sez. un., 30/9/2015, sentenza n. 19448) ha rimarcato il principio secondo il quale nel caso, previsto dal rd n. 1578 del 1933, art. 44, in cui il procedimento disciplinare abbia luogo per fatti costituenti anche reato e per i quali sia stata iniziata l’azione penale, il titolo dell’azione disciplinare, obbligatoria, è costituito dalla pronuncia penale che non sia di proscioglimento perché il fatto non sussiste o perché l’imputato non lo ha commesso, con la conseguenza che la prescrizione dell’azione disciplinare decorre dal momento in cui il diritto di punire può essere esercitato, e cioè dal passaggio in giudicato della sentenza penale, costituente un fatto esterno alla condotta. Secondo i giudici della Cassazione, resterà, pertanto, irrilevante il periodo decorso dalla commissione del fatto all’instaurazione del procedimento penale, anche se in tale periodo il Consiglio dell’Ordine, venuto a conoscenza del fatto, abbia avviato il procedimento disciplinare, né l’indicata disciplina è mutata per effetto dell’art. 653 del (nuovo) codice di procedura penale (S.u. 14985 del 2005, 10071 del 2011). Peraltro, posto che l’art. 653 c.p.p., si riferisce ai procedimenti disciplinari davanti alle «pubbliche autorità», deve ritenersi che la pregiudizialità operi anche nella fase amministrativa del procedimento, escludendo la decorrenza del termine prescrizionale, a prescindere dall’effettiva sussistenza di un provvedimento di sospensione del procedimento disciplinare, e tale sospensione si esaurisce con il passaggio in giudicato della sentenza che definisce il procedimento penale (S.u. 11309 del 2014).

È stato, in ultimo, evidenziato dagli stessi Ermellini, come ai fini dell’irrogazione di una sanzione disciplinare si renda necessario che all’incolpato venga contestato il comportamento ascritto in modo da consentirgli l’esercizio del diritto alla difesa.

Angelo Costa

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