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Diritto societario: troppo pericoloso moltiplicare i voti

Il decreto «competitività» (91/2014) contiene norme che potenziano i diritti di voto degli azionisti stabili di società quotate e modificano l’obbligo di Opa (Offerta pubblica di azioni). Le norme vogliono incentivare la quotazione delle imprese ed evitarne la migrazione verso altri regimi, ma allontaneranno gli investitori.
Potenziare i voti di chi detiene azioni da due anni premia la vista lunga, ma il «diritto di moltiplica» spetterà a tutti, controllanti inclusi. Così si scinde il potere di gestione dall’impegno patrimoniale. Se chi detiene il 30% delle azioni, anziché contare come cinque soci con il 6% l’uno, conta per dieci, la spinta ad «appropriarsi dei benefici privati del controllo» (in volgare, metter le mani sulla cassa), diviene fortissima: col 60% dei voti impongo una decisione che mi avvantaggia al 100%, ma penalizza la società, del cui patrimonio ho il 30%. Per neutralizzarne l’effetto, tutti i soci dovrebbero darsi orizzonti di lungo periodo, cosa che non si può imporre a chi gestisce investimenti per la clientela.
Il diritto di moltiplica potrebbe andar bene per chi sta per quotarsi: gli investitori lo sapranno prima e decideranno se aderire all’offerta, ma il decreto legge lo estende a chi è già quotato. Si cambiano così le regole a partita iniziata, dando ai controllanti sei mesi per far passare le modifiche di Statuto necessarie: a maggioranza semplice, non con quella dei due terzi prescritta per le variazioni statutarie. «Son solo sei mesi», si dice, ma in questi mesi (prorogabili…) le regole saranno stravolte per sempre! Ottenuto il diritto di moltiplica, i controllanti disporranno facilmente dei due terzi dei voti. Così faran passare qualsiasi decisione in assemblea straordinaria, asfaltando i soci di minoranza che perderanno il diritto, di cui oggi godono, di proteggere l’impresa da «appropriazioni private».
Tali norme, si dice ancora, prendono atto della competizione mondiale al ribasso, evitando che le nostre imprese, al seguito di Fiat, migrino verso regimi più propizi ai controllanti e comunque nuocciono meno di patti di sindacato e scatole cinesi. Tali protesi però, lungi dallo sparire, resteranno; unite al diritto di moltiplica ridaranno vita ad organi atrofizzati. Se davvero si vuol incentivare l’investimento di lungo termine, si dia il diritto solo a chi ha meno del 2-5% del capitale.
Partecipare alla corsa al ribasso degli standard non ha senso, l’originale sarà sempre preferito alla copia; se i gruppi di controllo vogliono permettere la crescita delle imprese senza diluirsi troppo, al contempo dando serie garanzie agli investitori, sono molto meglio le «azioni sviluppo» sperimentate fra le quotate dalla sola Isagro.
Quanto alla soglia Opa, essa scende al 25% se nessuno ha una partecipazione maggiore, altrimenti resta quella «vecchia» del 30%. Per le Pmi invece essa varierà fra il 20 e il 40%, a scelta. Non è chiaro cosa succederà e l’incertezza sulle soglie disorienta gli investitori, specie esteri, nelle Pmi: facile prevedere l’aumento di quesiti per la Consob, con contorno di liti e ricorsi ai Tar, spesso inclini a entrare senza averne competenza nel merito delle decisioni.
Il decreto legge rafforza i controllanti per indurli a quotare le imprese e a non fuggire verso regimi legali loro più propizi, ma il vero ostacolo che il mercato incontra nel giocare il proprio ruolo — finanziare le imprese meritevoli — non è (specie alla luce della stretta creditizia) la riluttanza alla quotazione, ma la diffidenza degli investitori verso le prassi nostrane.
Questa mala fama oscura le buone cose fatte, come le norme sulle operazioni con parti correlate (per impedire le appropriazioni private) o il voto di lista (per far partecipare le minoranze al Cda e alla gestione). Il diritto di moltiplica invece alimenterà i giudizi negativi e, come l’Opa a geometria variabile, farà confusione. Non si incoraggia l’investitore costringendolo a inseguire i diversi regimi che ogni società potrà scegliersi in un menu à la carte che frastornerà anche buongustai smaliziati.
Si nota purtroppo l’assenza di un disegno d’insieme e della previa valutazione di costi e benefici, utili per legiferare a ragion veduta. Il Testo unico della finanza fu preparato nel ‘98, nel solco di una legge delega, da una commissione presieduta dal direttore generale del Tesoro del tempo, tale Draghi Mario, e composta da esperti giuridici, economici e di mercato, provenienti dall’accademia e dalle istituzioni coinvolte; un lavoro lungo, discusso collegialmente fin nei minuti dettagli. Non mancarono contrasti, legati ai diversi fini e culture delle istituzioni partecipanti; il testo passò infine le forche caudine del Parlamento, che apportò qualche rilevante modifica.
Cos’è successo, in sedici anni, per arrivare invece a legiferare così? Un grande Paese riflette prima, poi tien ferma la barra; noi, quando altre urgenze spingeranno, cambieremo ancora. Anche la turgida creatività improvvisatrice è un nostro problema.

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