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Diritto di satira, non di dileggio

Satira sì, dileggio no. Altrimenti si rischia di dovere pagare i danni. Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza n. 5851 della Terza sezione civile depositata ieri. Nulla di sconvolgente sul piano giuridico, qualche spunto di riflessione (almeno) in queste settimane dove molto si è discusso e si discute di confini alla libertà di espressione.
La Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla difesa di una testata giornalistica contro la sentenza della Corte d’appello di Napoli, con la quale una giornalista, il direttore della testata e la società editrice, erano stati condannati a risarcire 15.000 euro per i danni morali provocati a nun medico Inail che si era sentito diffamato da un articolo dal titolo «Truffe e bugie per falsi invalidi duri di orecchie». Al testo, nel quale al dottore era affibbiata la qualifica di «somaro», era abbinata la fotografia del medico e un disegno umoristico «nel quale un personaggio accostava l’orecchio ad un corno acustico simile ad una cornucopia tracimante banconote».
Contro il verdetto di secondo grado era stato presentato ricorso dalle difese, mettendo in evidenza l’esercizio del diritto di critica, nel rispetto di quei principi delineati dalla giurisprudenza nel corso del tempo. A partire dalla verità putativa, dall’interesse generale, dalla correttezza della narrazione. Tutti elementi che le difese asserivano essere stati osservati anche in rapporto a una satira violenta e denigratoria come quella esercitata nei confronti di un medico stimato nel suo ambito di lavoro.
Argomentazioni che però non sono apparse convincenti alla Corte di cassazione chericorda come il diritto di satira, di rilevanza costituzionale e internazionale, rappresenta una manifestazione del diritto di critica che, a sua volta, rappresenta un’articolazione della libertà del pensiero che esprime il libero arbitrio della persona. E certo, osserva la Corte, con una punta di ironia, potrà anche essere utile un excursus storico a partire dal pensiero greco e dalla nascita della commedia per finire alla Moira erasmiana che fece scomunicare alla memoria il suo autore, tuttavia ogni libertà si confronta con il dovere della responsabilità nel suo esercizio.
In questa prospettiva, la satira, per la sua natura di diritto soggettivo e opinabile, è certo sottratta al parametro della verità, ma «soltanto i fatti così rappresentati in modo apertamente difforme alla verifica del reale sono privi della capacità offensiva, mentre la riproduzione apparentemente attendibile di un fatto di cronaca, deve essere valutata secondo il criterio della continenza delle espressioni e delle immagini e delle vignette e delle foto utilizzate». Nessuna tutela è così possibile quando la satira diventa forma pura di dileggio, di disprezzo, di distruzione della dignità della persona.

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