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Diritto d’autore, Premier league tutelata da Google

A pochi giorni dalla decisione del Tribunal de Grande Istance di Parigi – che ha ordinato la rimozione dal motore di ricerca delle foto di un festino Vip sadomaso (si veda «Il Sole 24 Ore» dell’8 novembre) – Google torna al centro di un altro importante caso giudiziario.
Con un accordo stragiudiziale ai margini di una Corte di New York, la Premier League inglese ha deciso di abbandonare la causa intentata 6 anni fa al colosso di Mountain View in materia di tutela del copyright. Ne è uscita un’intesa che potrebbe segnare una tappa importante nel delicato rapporto tra libertà della rete e difesa dei diritti della proprietà intellettuale.
Il marchio che gestisce le immagini del campionato di calcio più ricco al mondo – con un fatturato che solo di diritti nella stagione in corso supererà i 2 miliardi di euro – ha scelto di delegare la tutela degli highlights delle partite proprio a Google, affidandola alla tecnologia del Content Id.
Oggetto del contendere erano ovviamente i video caricati dagli utenti di Youtube che ripropongono le azioni salienti e i goal dei più pagati assi del pallone, un’attività che va a colpire le pagatissime esclusive delle tv. Una causa parallela era stata intrapresa dalla Federazione Tennis francese per la stessa “svalutazione” via Youtube delle immagini cedute ai network televisivi, federazione seguita infine da alcune case editrici musicali.
Lunedì scorso tutti gli attori di questa causa, che aveva tentato di diventare anche una class-action (respinta però in maggio da un giudice di New York come «irrealistica») hanno deposto le armi con una “voluntary dismissal”, in sostanza un abbandono volontario del contenzioso compensandosi tra loro le (ingenti) spese legali.
Risolto, a quanto risulta, il problema di come tutelare gli esclusivisti della Premier: la lega inglese consegnerà i suoi video ufficiali a Youtube che, a sua volta, li proteggerà sorvegliando che nessuno tra il miliardo di utenti del canale carichi highlights abusivi. È grazie alla tecnologia Content Id che Google, proprietaria dal 2006 di Youtube, può esercitare un setaccio così massivo sull’attività degli utenti da tutelare i contenuti coperti dalla proprietà intellettuale.
Anche a prescindere dalle reali motivazioni commerciali dell’accordo di desistenza (la Premier si accontenta di far rimuovere gli abusivi, non invece di monetizzarli) che pare comunque preludano alla nuova frontiera di un canale Youtube gestito direttamente dalla lega inglese, la soluzione stragiudiziale di New York fornisce una nuova prospettiva nel dibattito sul ruolo del fornitore di servizi di rete.
La questione dibattuta in ogni angolo del globo, come si vede anche dalle cause aperte in vari Stati (dalla sentenza di Parigi della scorsa settimana ai numerosi precedenti dei tribunali e della Cassazione italiana) è il grado di sorveglianza che i colossi della rete – in primo luogo gli aggregatori di contenuti e i motori di ricerca – devono essere tenuti a garantire.
Il problema, evidentemente, è ormai solo di principio, considerato che le tecnologie sviluppate nella Silicon Valley consentono di esercitare quell’«obbligo generale di sorveglianza» imposto pochi giorni fa dal tribunale parigino.

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