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Diritto all’oblio sì, ma non universale Non può passare i confini della Ue

Un punto a segno per Google. Non esattamente una vittoria per chi crede nel diritto a vedere cancellati dalla rete contenuti discutibili. Ieri la Corte di giustizia europea, con la sentenza nella causa C-507/17, ha scolpito i confini geografici del diritto all’oblio, chiarendo che l’obbligo di deindicizzazione di link non ha una portata incondizionata, ma invece circoscritta al solo ambito comunitario.

Nella consapevolezza di quanto sia problematica, e tuttavia inevitabile, una posizione che a fronte dell’immaterialità del web fa invece valere la rigidità dei confini geografici. Perchè, scrivono i giudici è vero che «in un mondo globalizzato l’accesso da parte degli utenti di Internet, in particolare quelli localizzati al di fuori dell’Unione, all’indicizzazione di un link, che rinvia a informazioni concernenti una persona il cui centro di interessi si trova nell’Unione, può quindi produrre effetti immediati e sostanziali sulla persona in questione anche all’interno dell’Unione».

Considerazioni che certo giustificano l’esistenza di una competenza dell’Unione europea a prevedere un obbligo, per il gestore di un motore di ricerca, di procedere, quando accoglie una richiesta in questo senso, alla deindicizzazione su tutte le versioni del suo motore di ricerca. E però, ammette la Corte, non si può che sottolineare come molti Stati terzi non riconoscono il diritto alla deindicizzazione o comunque adottano un approccio diverso a questo diritto.

La sentenza aggiunge poi che il diritto alla protezione dei dati personali non è assoluto, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e deve essere bilanciato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità. L’equilibrio tra il diritto al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali, da un lato, e la libertà di informazione degli utenti di Internet, dall’altro, può poi variare notevolmente nel mondo.

Dall’esame della normativa in vigore non emerge che l’Unione europea abbia effettuato un bilanciamento per quanto riguarda la portata di una deindicizzazione al di fuori dell’Unione, e neppure che abbia scelto di attribuire ai diritti dei singoli una portata che vada oltre il territorio degli Stati membri. Non risulta nemmeno l’introduzione di un vincolo a un operatore, come Google, di deindicizzazione che comprenda anche le versioni nazionali del suo motore di ricerca che non corrispondono agli Stati membri. Il diritto dell’Unione non prevede, infine, strumenti e meccanismi di cooperazione per quanto riguarda la portata di una deindicizzazione al di fuori dell’Unione.

La pronuncia sconfessa la Commissione francese dell’informatica e delle libertà (Cnil) che nel 2016 aveva inflitto a Google una multa da 100mila euro per non aver applicato la deindicizzazione a tutte le versioni del suo motore di ricerca. Per Google la sentenza riconosce gli sforzi fatti dalla società «per trovare un punto di equilibrio tra il diritto di accesso all’informazione e la privacy». Perplesso il Garante italiano della privacy, Antonello Soro, che da una parte mette in evidenza l’impatto della sentenza per l’effettività del diritto all’oblio e dall’altra sottolinea l’anacronismo di barriere materiali a una realtà immateriale come la rete.

Giovanni Negri

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