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Diritto all’oblio, sì alla tutela per oltre il 60% dei ricorsi

Essere dimenticati dalla rete: sempre meno desiderio arduo da realizzare e sempre più diritto tutelato dagli opportuni strumenti giuridici (sempre che ne ricorrano i presupposti). La casistica dei ricorsi presentati al Garante della privacy nel 2016 ha fatto registrare un risultato favorevole per l’interessato nel 62% dei casi. Percentuale ottenuta sommando i casi in cui l’Autorità è giunta a una decisione di accoglimento, sia quelli in cui non ce n’è stato bisogno per l’adesione spontanea alle richieste di chi vuole de-indicizzare i propri dati diffusi in rete dai motori di ricerca.

D’altra parte l’oblio è un vero e proprio diritto riconosciuto dalla Corte di Giustizia Ue, ma ancor prima applicato dalle pronunce del Garante della privacy e dalla Corte di cassazione. Il diritto è stato anche codificato nel Regolamento Ue sulla privacy (2016/679), che lo ha integralmente disciplinato.

Il diritto all’oblio. Il diritto all’oblio è il diritto a «scomparire», a non essere raggiunti dagli sguardi altrui. Più prosaicamente è il diritto a togliere dagli indici (de-indicizzare) i risultati delle interrogazioni dei motori di ricerca online e, più in generale, di cancellare dati da fonti disponibili potenzialmente a tutti.

Non è un diritto assoluto, ma ha l’obiettivo di tenere distinte due sfere della vita di ciascun individuo: quella pubblica e quella privata. L’estensione delle due parti è differente per ogni interessato: non a caso si parla di «personaggi pubblici» che hanno meno privacy degli altri. Il diritto all’oblio è indispensabile nella società sempre connessa in rete e in cui le informazioni sulle persone viaggiano e si trasformano all’insaputa delle stesse e anche contro la loro volontà.

All’individuo deve essere data la possibilità di rintracciare i propri dati nel loro vagare in rete e anche di passare un colpo di spugna sui sommari del web per farsi dimenticare. Questo nei limiti in cui i rapporti sociali e giuridici non obblighino la persona a tollerare che i propri dati siano conosciuti e utilizzati da altri. Il diritto all’oblio va, perciò, valutato caso per caso.

La tutela del diritto si serve del ricorso al Garante della privacy e delle azioni per il risarcimento dei danni. Le violazioni sono punite con sanzioni amministrative e, nei casi più gravi, con sanzioni penali.

Giurisprudenza e normativa. Prima che nei testi normativi, il diritto di oblio si è affacciato nella giurisprudenza del Garante italiano, per lo meno a partire dal 2004 (provvedimenti 15 aprile 2004 e soprattutto 10 novembre 2004).

Della Corte di cassazione si censisce quale precedente specifico la sentenza della sezione terza n. 5525 del 5 aprile 2012, che ha disposto l’obbligo per un editore, quando vengono diffuse sul web notizie di cronaca giudiziaria, concernenti provvedimenti limitativi della libertà personale, di tenere gli utenti aggiornati sullo sviluppo della vicenda.

Dal canto suo, la Corte di Giustizia Ue ha pronunciato la sentenza del 13 maggio 2014 nella causa C-131/12, (sentenza «Google Spain»), che ha stabilito il diritto di ottenere la cancellazione dei risultati delle ricerche sui motori generali di ricerca a prescindere dalla cancellazione della pagina di riferimento.

Il gruppo dei garanti europei (Gruppo di lavoro articolo 29, siglato WP29) ha dedicato all’illustrazione della sentenza Google Spain un apposito vademecum (Linee Guida del 26 novembre 2014, documento WP 225). Il WP29 ha accompagnato gli operatori fino al Regolamento Ue 2016/679 sulla privacy, che ha codificato il diritto all’oblio (articolo 17) e che diventerà pienamente operativo dal 25 maggio 2018.

La giurisprudenza del Garante. Il trascorrere del tempo è il fattore che costruisce, giorno dopo giorno, il diritto all’oblio su notizie rinvenibili attraverso l’interrogazione dei motori di ricerca. Ma su certi eventi la scure della prescrizione non cala, come ad esempio su informazioni riferite a reati gravi.

Il diritto all’oblio riguarda innanzi tutto i risultati delle interrogazioni dei motori di ricerca generale computati inserendo il nome di una persona fisica. Attiene al diritto all’oblio, ma su un piano diverso il diritto alla cancellazione delle pagine linkate dal risultato della ricerca. Altro profilo costante delle decisioni del Garante è l’estraneità alla sua competenza delle domande di tutela contro diffamazioni, di competenza dell’autorità giudiziaria.

Esaminiamo dunque la casistica.

Infondatezza. Al Garante è stata chiesta la rimozione di una serie di Url che rimandano ad una vicenda giudiziaria risalente a 10 anni prima conclusa con una sentenza patteggiata e applicazione dell’indulto. I fatti riguardavano crimini di particolare gravità contro la p.a., quali la corruzione e la truffa, perpetrati a danno della sanità, mediante l’illecita sottrazione di ingenti risorse finanziarie pubbliche. Il Garante ha rigettato la richiesta per sussistenza di un interesse pubblico, a causa della particolare gravità dei reati contestati e il breve lasso di tempo (circa 4 anni) trascorso dalla loro definizione processuale dai fatti (provv. 6 ottobre 2016 n. 400 del 6 ottobre 2016).

È stata chiesta la «deindicizzazione» di link relativi «ad un procedimento penale concluso con l’assoluzione con formula ampia. Il Garante ha considerato troppo breve il lasso di tempo trascorso e h rilevato la pendenza della pendenza giudiziaria e ancora sussistente l’interesse pubblico alla conoscibilità della notizia (provv. 1 giugno 2016 n. 250).

È stata ritenuta infondata una richiesta di deindicizzazione di link relativi a documenti a causa della gravità dei reati contestati, del breve lasso di tempo (circa due anni) trascorso dai fatti e della pendenza del procedimento penale non ancora concluso (provv. 29 settembre 2016 n. 385).

Infondata è stata ritenuta a richiesta di oblio su una vicenda penale di sette anni prima, che ha coinvolto un imprenditore, oggetto di successivi sviluppi processuali (provv. 21 aprile 2016 n. 187).

Infondata pure la richiesta di cancellazione del collegamento ad articolo contenenti opinioni negative sulle vicende di una professoressa universitaria, a proposito del quale l’interessata, lamentava di essere stata diffamata: il Garante ha rilevato la sua incompetenza rispetto a domande basate sul carattere offensivo dei contenuti e dunque a tutela di posizioni giuridiche diverse da quelle sottese al diritto all’oblio (provv. 31 marzo 2016 n. 156; stesso principio [distinzione fra opinioni personali e fatti oggettivi] applicato dal provv. 11 febbraio 2016 n. 54 ).

È stata giudicata infondata la richiesta di de-indicizzazione di link collegati ad articoli pubblicati su vicenda giudiziaria molto recente, neanche conclusa, non essendo ancora decorso il termine per proporre impugnazione (provv. 16 giugno 2016 n. 267).

Infondata pure la richiesta di cancellazione di Url riguardanti crimini di particolare gravità (reati di stampo terroristico ed eversivo dell’ordine democratico) per i quali l’interessato è stato condannato: il Garante ha considerato che le informazioni riguardavano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale l’interessato è stato un vero e proprio protagonista di spicco e hanno ormai assunto una valenza storica avendo segnato la memoria collettiva (provv. 31 marzo 2016 n. 152). Sono state, infine, ritenute infondate l’istanza relativa a una vicenda iniziata nel 2007 ma ancora pendente nel 2015 (provv. 25 febbraio 2016 n. 86) e quella concernente link relativi a incriminazioni per il reato di circonvenzione di incapace, un crimine di particolare gravità, sul quale è intervenuta una decisione di proscioglimento per prescrizione (provvedimento del 24 marzo 2016 n. 144).

Accoglimento. È stata accolta la richiesta di cancellazione di un link a un articolo di molti anni prima ad oggetto una vicenda di sfruttamento del lavoro minorile da parte di un’azienda che ha coinvolto persone legate all’interessato da un rapporto di parentela (provv. 6 luglio 2016 n. 302); è stata accolta l’istanza relativa a una vicenda giudiziaria conclusa con un provvedimento di archiviazione dell’autorità competente (provv. n. 358 del 15 settembre 2016); è stata accolta la richiesta di rimuovere al link a notizie false (provv. 25 febbraio 2016 n. 84).

Adesione spontanea. Si è avuta la definizione con adesione spontanea e cancellazione del link immediata, senza attendere la pronuncia del Garante, nel caso di collegamento relativo a procedimento penale conclusosi nel 2014 con un’ordinanza di archiviazione (provv. 21 luglio 2016 n. 323 del 21 luglio 2016); in caso di Url riconducibile alla pagina web, in cui risultavano pubblicate due foto segnaletiche dell’interessato unitamente ad una serie di dati personali, tra i quali nome, cognome, data di nascita, genere (provvedimento del 28 luglio 2016 n.342); di alcuni Url connessi alla diffusione di video attinenti alla vita intima (provv. 1° giugno 2016 n. 251); di Url che rimandano ad articoli di giornale, ovvero a blog ovvero ancora ad altre pagine di commento/informazione riferite ad una vicenda giudiziaria, conseguente al verificarsi di gravi fatti di cronaca risalenti al 2001 (provv. 13 luglio 2016 n. 313); di Url collegato a una pagina web riportante il testo di un articolo apparso 11 anni prima su un presunto coinvolgimento di un professore universitario in vicende di tipo familistico all’interno dell’Università (provvedimento del 1° giugno 2016 n. 249); di Url collegato a un documento pieno di insulti (provv. 29 settembre 2016 n. 386); di informazioni ormai risalenti a oltre 26 anni prima (provvedimento del 13 luglio 2016 n. 312) e 10 anni prima (provvedimento del 28 luglio 2016 n. 343).

Antonio Ciccia Messina

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