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Diritto all’oblio a stretto raggio Valutabili interesse pubblico e il tempo trascorso dal fatto

Fuga dai risultati di Google per ordine del Garante della privacy. Cala l’oblio sui collegamenti che scaturiscono dalle ricerche digitate in rete. Ma non per tutti: se c’è un interesse pubblico il link rimane. La newsletter del Garante n. 397 del 22 dicembre 2014 dà notizia dei primi provvedimenti dopo la sentenza della Corte di giustizia europea del 13 maggio 2014, resa nella causa C-131/12, ha sancito il diritto all’oblio. Da allora i Garanti nazionali hanno il loro da farsi in relazione a ricorsi dei cittadini che non hanno ottenuto soddisfazione da Google. Peraltro, l’autorità della privacy esamina le richieste alla luce dei principi formulati dalla sentenza citata: i risultati di Google sono un autonomo trattamento di dati; c’è il diritto dell’interessato alla cancellazione; va, però, considerato il diritto di informazione, in base all’interesse pubblico alla conoscenza, in particolare, a seconda del ruolo che riveste l’interessato nella vita pubblica. Quindi in alcuni casi è stata accolta la richiesta di cancellazione e in altri, invece, il link è stato salvato. Bisogna, infatti, valutare di volta in volta vari elementi quali, oltre l’interesse pubblico a conoscere la notizia, il tempo trascorso dall’avvenimento, l’accuratezza della notizia e la rilevanza della stessa nell’ambito professionale di appartenenza. Il Garante italiano ha affrontato nove casi e, in sette vicende, non ha accolto la richiesta degli interessati, ritenendo prevalente l’interesse pubblico ad accedere alle informazioni. Si è trattato di vicende processuali troppo recenti e riferiti a processi in corso. In due casi, invece, la richiesta è stata accolta: perché le informazioni erano eccedenti e riferite anche a persone estranee alla vicenda giudiziaria narrata; perché il contesto era lesivo della dignità. Il Garante ha quindi prescritto a Google di deindicizzare le url illegittime.

Sanità e dati religiosi. Le strutture sanitarie non possono raccogliere in maniera sistematica e preventiva informazioni sulle convinzioni religiose dei pazienti. Lo possono fare solo se il malato richiede di usufruire dell’assistenza religiosa e spirituale tramite i ministri di culto delle diverse confessioni religiose (bisogno di conforto o di sacramento al letto) o se ciò risulti indispensabile nello svolgimento dei servizi necroscopici (preparazione della salma) per rispettare le volontà espresse in vita dal paziente. Lo ha stabilito il Garante privacy con un provvedimento a carattere generale (n. 515 del 12 novembre 2014). È, invece, illegittima la prassi in uso presso numerose strutture sanitarie di somministrare ai pazienti, al momento del ricovero, questionari volti ad acquisire informazioni relative anche al loro credo religioso. Le richieste di assistenza religiosa e spirituale possono essere comunicate verbalmente dal paziente, da un familiare o un convivente, al personale di reparto, che provvede a trasmetterle alla direzione sanitaria. Inoltre le persone ricoverate, hanno diritto di esprimere la propria volontà sulla scelta del regime alimentare e delle terapie cui essere sottoposte (come il rifiuto delle trasfusioni), senza dover dichiarare le eventuali motivazioni che ne sono alla base, e quindi senza dover dichiarare il proprio credo religioso.

Pec alla Corte dei conti. Via libera del Garante privacy alla Pec nei giudizi davanti alla Corte dei conti. Con il provvedimento n. 446 del 4 dicembre 2014, l’Autorità ha espresso parere favorevole allo schema di decreto della Presidenza della Corte dei conti contenente le prime regole tecnico-operative per l’utilizzo della Posta elettronica certificata (Pec) nei giudizi dinanzi alla magistratura contabile. Sezioni giurisdizionali e procure della Corte dei conti potranno dunque impiegare la Pec per l’invio e la ricezione di atti processuali, pre-processuali o istruttori e, più in generale, per la trasmissione di documenti e per ogni comunicazione in cui sia necessaria una ricevuta. Il Garante ha, però, raccomandato che le notificazioni o le comunicazioni, i depositi e gli scambi in via telematica di atti e documenti contenenti dati sensibili siano effettuati solo per estratto, mettendo a disposizione l’atto integrale in un’apposita area del portale dei servizi telematici.

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