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Diritto al credito con prove certe

Finanziamenti soci, la postergazione non vale come prova del diritto di credito. Non basta prevedere la postergazione del rimborso per conferire al socio un diritto incondizionato di credito. Lo ha precisato la Cassazione nella sentenza 15944 del 20 settembre 2012 in cui ha inoltre ritenuto sussistere il diritto all’informativa da parte del socio anche in presenza di perdite che azzerino il capitale sociale.

Il caso nasce del ricorso di due socie di una srl in liquidazione della quale impugnarono la delibera di approvazione del bilancio 2004 contestandone la violazione dei principi di chiarezza, correttezza e veridicità. Più precisamente la violazione riguardava, secondo le ricorrenti, la non corretta appostazione di alcune somme versate dai soci a titolo di finanziamento per ripianare i debiti delle società verso terzi e classificate come versamenti in conto capitale (e conseguentemente classificate tra le riserve) e non invece tra i debiti della società avendo i soci rinunciato alla restituzione. In primo grado il Tribunale respingeva la richiesta di dichiarare nulla la delibera accogliendo la tesi della società che aveva invece rilevato la carenza di interesse delle attrici ad agire conoscendo le ricorrenti le condizioni di dissesto della società e quindi la perdita di valore economico della loro partecipazione, tesi questa respinta in secondo grado dove la Corte d’appello accoglieva il ricorso.

Più specificamente in appello veniva accolta la tesi che vedeva le erogazioni da parte dei soci effettuate a titolo di mutuo e non di apporto di capitale di rischio. Due i motivi di ricorso della società. In primo luogo è stato lamentata la mancanza in concreto di un interesse ad agire (Cass. n. 23976/04) per l’accertamento della nullità della delibera approvativa del bilancio da parte del socio che consapevole della perdita di valore economico della sua partecipazione sociale a causa della perdita del capitale sociale. La Cassazione ha dichiarato infondato il motivo sostenendo che «né la perdita del capitale sociale né l’azzeramento del valore economico della singola partecipazione valgano ad escludere il diritto del socio ad una chiara, corretta e veritiera rappresentazione di bilancio».

L’azzeramento della partecipazione per la perdita del capitale sociale non fa venire meno costituisce la stessa nel patrimonio del socio il quale continuerà ad avere il diritto di essere posto, nel caso di specie dal liquidatore, «a conoscenza dei fatti che nel corso dell’esercizio hanno inciso sul patrimonio e sull’andamento economico della società, e quindi l’interesse ad agire in giudizio ove il documento contabile violi tale diritto» sempreché il «difetto di chiarezza del bilancio» non sia stato in qualche modo sanato da «chiare e univoche indicazioni».

Le chiare e univoche indicazioni menzionate in sentenza non devono necessariamente esser state fornite in nota integrativa o nella relazione accompagnatoria ben potendo le stesse anche rinvenirsi nelle «spiegazioni eventualmente rese dagli amministratori in assemblea». Il secondo motivo, accolto invece dalla Corte riguardava la valutazione, a dire dei ricorrenti, non corretta dell’accordo tra i soci del 25 giugno 2003 in relazione all’effettuazione di versamenti a fondo perduto per ripianare le perdite spettando in ogni caso alle socie l’onere di provare il titolo che giustificherebbe la restituzione dei versamenti. I finanziamenti effettuati dai soci «in conto capitale» o «in conto copertura perdite di capitale» si distinguono da quelli effettuati a titolo di mutuo in quanto non danno luogo a crediti esigibili nel corso della vita della società.

La restituzione è infatti subordinata allo scioglimento della società e può comunque avvenire solo nei limiti dell’eventuale attivo del bilancio di liquidazione. Si tratta quindi di somme più vicine al capitale di rischio che non a quello di credito pur non potendo qualificarsi come equità in senso stretto in quanto alla partecipazione al rischio d’impresa non consegue (come invece avviene nel conferimento) l’acquisizione (o l’incremento) della partecipazione sociale. La corretta classificazione delle somme versate è quindi frutto di un lavoro di interpretazione della volontà delle parti spettando al socio l’onere di dimostrare l’esistenza di un titolo che ne giustifichi la restituzione: non conta quindi solo la denominazione contabile del versamento ma, sottolinea la Corte, il modo in cui concretamente è stato attuato il rapporto, le finalità pratiche cui esso appare diretto e gli interessi che vi sono sottesi. Nel caso in oggetto proprio il summenzionato accordo di finanziamento tra soci del giugno 2003 prevedeva che il rimborso sarebbe avvenuto solo successivamente al ripianamento dei debiti per i quali tali finanziamenti erano intervenuti e comunque dopo la messa in liquidazione della società, qualora residuassero degli attivi.

L’accordo varrebbe quindi a qualificare esplicitamente tali versamenti come apporto di capitale di rischio e non come capitale di credito. Proprio la postergazione del credito concordata dalle parti farebbe venir meno in capo ai soci un diritto incondizionato alla restituzione delle somme versate.

La restituzione costituirebbe in sostanza «una mera eventualità dipendente dall’esito della liquidazione» e non un obbligo da parte della società.

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