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«I diritti degli autori? Difendiamo il lavoro Sky adesso saldi i conti»

«Sky è stata venduta. Tutto quello che non ha pagato fino a oggi diventa un debito. Un debito che dovrà assumersi l’acquirente (Comcast, ndr). Murdoch farebbe quindi bene a pagare prima di far pesare la cifra sull’acquirente». Di che cifra parliamo? «Decine di migliaia di euro».

Giulio Rapetti in arte Mogol, non accarezza i concetti, come ci ha abituato durante la sua carriera da autore, ma nei panni di neo presidente della Società Italiana degli autori ed editori (Siae) va dritto al punto. Per cominciare, a uno dei punti più delicati dell’inizio del suo mandato, iniziato in settembre dopo la fine dell’era di Filippo Sugar: il rapporto con la pay tv appena ceduta al colosso americano delle telecomunicazioni.

Qual è la situazione?

«Cercano di non pagare il diritto d’autore da circa un anno, ritengono che il contratto vada ricontrattato perché c’è stata la fine del monopolio. Chiedevano uno sconto del 10 per cento. Quando abbiamo denunciato penalmente il loro amministratore delegato si sono spaventati e hanno pagato una cifra che non è ripartibile, perché non sappiamo a cosa sia riferita; siamo costretti a metterla a disposizione del giudice».

Quando parla di fine del monopolio si riferisce alle aperture e al dibattito scatenatosi in seguito alla direttiva europea Bernier.

«Sì, ma Sky non tiene in considerazione il fatto che, a fronte di 1.043 dimissioni, nel 2016 ci sono state 7.422 richieste di iscrizione alla Siae. Stesso trend lo scorso anno: 11.215 iscrizioni contro 899 dimissioni. E stesso discorso per il repertorio musicale: dal luglio del 2014, data dell’ultimo contratto con Sky, a oggi siamo passati da 12 milioni a circa 16 milioni di opere depositate. Se prendiamo in considerazione anche quelle gestite con le consorelle estere arriviamo a 60 milioni, con un incremento superiore al 40 per cento. Siamo cresciuti e non abbiamo mai aumentato la nostra quota».

Come diceva, si appellano però alla recente e inedita possibilità per gli autori di rivolgersi a società alternative.

«Le faccio un esempio che li coinvolge direttamente: da questa stagione Sky non ha più l’esclusiva del campionato di Serie A. Fa vedere sette partite invece delle dieci dello scorso anno, ma il prezzo non è diminuito. Quindi non si capisce perché pretendano una cosa del genere dalla Siae: usano due metri e due misure. Come dimostrano anche loro, l’ingresso di un nuovo soggetto nel mercato (Dazn nel caso del calcio, ndr) non implica automaticamente la necessità di ridurre il livello delle tariffe. E non ci sono logica di mercato o di profitto che tengano quando si parla di difendere il lavoro e la dignità».

Il vostro principale nuovo corrente, Soundreef (attraverso la non profit Lea), si è rivolto all’Antitrust accusandovi di abuso di posizione dominante. Il pronunciamento dovrebbe arrivare in tempi brevi, forse già questa settimana.

«Siamo fiduciosi – come abbiamo fiducia nella magistratura – perché pensiamo di avere ragione. Operiamo e abbiamo sempre operato nel rispetto delle regole, senza commettere infrazioni».

Nella lista degli antagonisti da metà settembre c’è anche il governo italiano.

«In realtà abbiamo buoni rapporti, stiamo lavorando bene con il ministro della cultura e con i sottosegretari Vacca e Crimi. Mi ha meravigliato la posizione sulla direttiva europea sul copyright (il ministro del Lavoro Luigi Di Maio l’ha definita «una vergogna» e ha promesso di continuare a battersi per un esito diverso, ndr): appoggiano le piattaforme digitali, che guadagnano miliardi e si rifiutano di pagare il dovuto in nome della libertà, quando la percentuale degli italiani favorevoli alla direttiva e al pagamento del diritto d’autore è dell’89 per cento, quella degli europei dell’87. Mi auguro che il governo si ricreda e il nostro Paese si allinei agli altri».

Più che il pagamento dei diritti, chi è contrario alla direttiva mette in discussione gli effetti della stessa sul futuro della Rete.

«Faccio sempre un parallelo: se uno vuole avere la libertà di mangiare nessuno si oppone. Diverso è il discorso se va al ristorante, mangia e in nome della libertà non vuole pagare il conto. Poi attenzione: parlare di libertà non è corretto. In gioco c’è l’equità. Devono pagare perché è giusto. Pensiamo a YouTube, ad esempio: fatta cento la fruizione di contenuti musicali e audiovisivi da parte degli utenti, rappresenta l’80 per cento del mercato e paga un decimo di chi, come Spotify e Deezer, ha con noi licenze di cui siamo soddisfatti. Io sono stato a Strasburgo il giorno del voto, se non mi avessero fatto entrare sarei stato disposto anche a fare l’uomo sandwich. Per fortuna poi è andata bene, in tutti i sensi».

Martina Pennisi

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