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Diritti d’autore iscritti nell’attivo

Il costo sostenuto per il pagamento dei diritti d’autore può costituire una immobilizzazione immateriale da iscrivere nell’attivo di bilancio (voce BI3) a condizione che i medesimi godano della tutela giuridica prevista dalla legge. Secondo l’articolo 2575 del c.c. i diritti di autore si estrinsecano in opere dell’ingegno di carattere creativo (che appartengono alle scienze, alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro e alla cinematografia), ovvero in altri mezzi multimediali di espressione, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione.

L’appendice del documento Oic24 precisa che la tutela giuridica presuppone che l’opera abbia come destinazione specifica la rappresentazione intellettuale diretta a una comunicazione, in quanto ciò che è oggetto di protezione non sono i principi scientifici o artistici contenuti bensì la forma di espressione (quindi il libro, l’opera cinematografica, l’esecuzione). Ai fini dell’iscrizione, però devono essere soddisfatte le seguenti tre condizioni: 1) sussiste la titolarità di un diritto esclusivo di edizione, rappresentazione ed esecuzione derivante da un diritto d’autore o da un contratto (di edizione, di rappresentazione, di esecuzione ecc.) che attui la traslazione dei diritti stessi; 2) esista la possibilità di determinazione attendibile del costo di acquisizione dei diritti stessi; 3) si riscontri la recuperabilità negli esercizi successivi dei costi iscritti, tramite benefici economici che si svilupperanno dallo sfruttamento dei diritti stessi. Proprio la probabilità di generare benefici futuri appare l’elemento di più difficile individuazione, tanto che l’Oic si è premunito di suggerire quali siano le variabili da cui dipende tale valutazione.

In particolare, si sono individuate le caratteristiche intrinseche dell’opera e del favore che essa può incontrare presso il pubblico, l’effettiva pianificazione del suo concreto sfruttamento e la disponibilità di adeguate risorse finanziarie e produttive idonee a sostenere tale sfruttamento economico (concretezza e realizzabilità). Anche in questa fattispecie, le covi di costo che possono essere collocate nell’attivo (al ricorrere delle suddette condizioni) possono derivare da costi di produzione interna, ovvero costi di acquisizione esterna. Nel caso di produzione interna, l’Oic precisa che devono osservarsi i criteri dettati per la capitalizzazione di costi di sviluppo, unitamente alle osservazioni attinenti i brevetti.

Ove l’acquisizione sia avvenuta per acquisto da soggetti terzi, il costo iscrivibile è rappresentato dal costo diretto di acquisto e dai costi accessori anche nei casi in cui il pagamento di questo avvenga in maniera dilazionata. Vale anche nel caso in analisi la distinzione effettuato in merito alla corresponsione di somme una tantum (capitalizzabili), differenziandole rispetto ai corrispettivi dovuti in relazione alla dimensione dello sfruttamento (costi di periodo). Ai fini dell’ammortamento, si dovrà impostare un piano che tenga conto della durata della vita giuridica del diritto (periodo di tutela effettiva residua) e della durata della utilità che lo sfruttamento dei diritti potrà apportare all’azienda; il minore tra i due parametri, a titolo prudenziale, rappresenta l’arco temporale massimo su cui ripartire il costo, una volta capitalizzato. Sul versante fiscale, invece, la fattispecie è trattata in modo generico dall’articolo 103 del Tuir, che consente la deduzione massima di una quota del 50% del costo.

Ovviamente, per il noto requisito del preventivo transito a conto economico, l’impostazione di una utilità di cinque anni, comporterà che anche fiscalmente si potranno dedurre quote in misura massima del 20%. Nel particolare caso delle opere cinematografiche, l’Agenzia delle entrate ha confermato la loro assimilazione ai beni immateriali, come sopra descritto (si vedano le risoluzioni n. 35/E del 13 febbraio 2003 e n. 9/995 del 14 maggio 1984). In ambito editoriale, invece, con la risoluzione n. 183/E del 24 settembre 2003, si è assimilata alla concessione di un marchio l’autorizzazione alla pubblicazione di una testata, mentre si è fatto coincidere con il diritto d’autore la riproduzione della versione tradotta di una rivista straniera.

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