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Dirigenti, parola al tribunale

La questione degli incarichi dirigenziali illegittimi nelle agenzie fiscali invade le commissioni tributarie. Nonostante l’invito del direttore delle Entrate, Rossella Orlandi, a «non buttare soldi nei contenziosi», secondo quanto risulta a ItaliaOggi la maggior parte dei professionisti sta eccependo nei propri ricorsi l’irregolarità degli atti sottoscritti dai funzionari incaricati. Altri arrivano addirittura a presentare memorie integrative ai ricorsi già depositati prima della sentenza n. 37/2015 della Corte costituzionale dello scorso 17 marzo, che ha bocciato le promozioni senza concorso di circa 800 dirigenti incaricati.

I giudici tributari, però, ribadiscono con forza attraverso l’Associazione magistrati tributari che la decisione sulla legittimità o meno degli atti impugnati spetta sempre alle commissioni tributarie. Rispondendo in questo modo alle dichiarazioni dei vertici delle Entrate che avrebbero, secondo loro, minimizzato la questione e dato per sicura la decisione pro-fisco delle Ctp. Tra i magistrati in questi giorni è infatti in corso un acceso dibattito su casi precedenti, con risultati tutt’altro che scontati.

Nei giorni scorsi Orlandi ha stigmatizzato il tentativo di impugnazione degli atti firmati dai dirigenti decaduti («smettiamola di far girare sciocchezze, gli atti sono validi, non si facciano spendere soldi inutili ai cittadini per i ricorsi» aveva detto). Una posizione ribadita pubblicamente anche dal direttore centrale affari legali e contenzioso dell’Agenzia, Vincenzo Busa. Interpretazione che però l’Amt giudica frettolosa, se non inopportuna. «La questione della possibile illegittimità degli atti sottoscritti dai dirigenti che non avevano titolo è complessa e merita i necessari approfondimenti», sottolineano Ennio Attilio Sepe e Daniela Gobbi, rispettivamente presidente e segretario dell’associazione, «in ogni caso non si può dare per scontato un esito che il nostro ordinamento lascia alla libera valutazione del giudice. Il diritto-dovere di pronunciarsi è solo delle commissioni tributarie, se interpellate».

I professionisti, intanto, inseriscono nei ricorsi anche il motivo legato all’incarico dirigenziale illegittimo. Nella maggior parte dei casi si tratta di contenziosi che verrebbero avviati comunque per altri motivi di merito, ma non mancano neanche i casi di integrativa ai ricorsi già presentati. «La Corte costituzionale ha dato voce e vigore a eccezioni già sollevate in passato», spiega Bruno Lo Giudice, presidente nazionale Uncat (unione avvocati tributaristi), «certamente per esercitare al meglio il mandato di difesa a favore della clientela deve essere percorsa la strada tracciata dalla Consulta. Sarà compito della giurisdizione di merito e di quella di legittimità dare le conseguenti risposte».

Il Consiglio nazionale dei commercialisti lancia un appello affinché si trovi al più presto una soluzione legislativa e invita a non concentrarsi esclusivamente sull’ipotesi di nullità degli atti. «Bisogna evitare che la vicenda produca la paralisi della stessa Agenzia», è il commento di Gerardo Longobardi, presidente del Cndcec, «perché l’attività di quest’ultima non si limita al solo accertamento, ma è essenziale per il complessivo funzionamento della macchina dello Stato». Il Cndcec ricorda comunque che la giurisprudenza della Cassazione «sembra riconoscere legittimità agli atti riconducibili al capo ufficio, sia egli o meno un dirigente».

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