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Dipendenti sotto la lente

L’azienda può utilizzare un investigatore privato per controllare la fedeltà del dipendente. Basta anche solo il sospetto di un illecito. Ma le verifiche esterne non potranno mai riguardare la qualità delle attività lavorative vere e proprie. È quanto affermato dalla sezione lavoro della Corte di appello di Milano con una sentenza dello scorso 26 marzo.

La vicenda riguardava un’azienda farmaceutica, che nel 2010 aveva licenziato per giusta causa un proprio informatore scientifico. Quest’ultimo aveva ottenuto dall’Inps di godere dei permessi della legge n. 104/1992 e poi un congedo straordinario per poter assistere l’anziana madre. A seguito di richiesta da parte dell’azienda di disponibilità lavorativa per un periodo di 15 giorni, l’informatore farmaceutico aveva risposto negativamente. La ragione del rifiuto era il peggioramento delle condizioni di salute del genitore. L’azienda decideva così di rivolgersi a una società investigativa per valutare la veridicità di tali affermazioni. Dai controlli emergeva che il soggetto nei 10 giorni di osservazione non aveva assistito la madre (apparsa comunque in condizioni di provvedere a se stessa nelle attività quotidiane), dedicandosi ad altro. Inoltre, in un’occasione il lavoratore aveva affidato al figlio l’auto aziendale senza chiedere preventiva autorizzazione. Da qui il procedimento disciplinare culminato con il licenziamento. Il comportamento dell’azienda è stato validato dal Tribunale di Milano con la sentenza n. 3398/2011, poi impugnata dal lavoratore, tra l’altro, per la presunta illegittimità dell’attività investigativa esterna.

Una tesi che però non convince i giudici di appello. «L’articolo 2 dello statuto dei lavoratori», si legge nella sentenza, «nel limitare la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a tutela del patrimonio aziendale non preclude a quest’ultimo di ricorrere ad agenzie investigative».

Tale circostanza è quindi ammessa «purché non sconfini nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria», prosegue il collegio, «riservata dall’articolo 3 dello statuto direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori». Per poter dare luogo a simili controlli, non è necessario che l’illecito o la frode siano stati già perpetrati, ma è sufficiente «il solo sospetto o la mera ipotesi che gli illeciti siano in corso di esecuzione». Orientamento peraltro conforme con quanto già affermato dalla Cassazione (sentenze nn. 16196/2009 e 3590/2011). Da qui il rigetto dell’appello e la condanna del lavoratore licenziato anche alle spese di lite.

«La sentenza è molto equilibrata soprattutto in merito al bilanciamento fra il diritto alla riservatezza del dipendente e quello dell’azienda alla tutela del proprio patrimonio», commenta l’avvocato Massimo Lupi, partner dello studio milanese Lupi&Associati, «comunemente si ritiene che il Codice della privacy e lo statuto del lavoratori vietino qualsiasi tipo di controllo a distanza dei dipendenti e che, conseguentemente, le fotografie e le relazioni elaborate delle agenzie investigative siano inutilizzabili in giudizio contro il lavoratore. Ma è una convinzione errata».

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