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Stato, dipendenti e risparmiatori: la road map del nuovo Mps

La ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi è «una pietra miliare» secondo la definizione data ieri dal ceo di Rocca Salimbeni Marco Morelli, e un «momento di svolta» se si segue l’indicazione offerta martedì dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Ma è soprattutto un inedito, perché a Siena si gioca il primo caso di salvataggio statale di una banca nella tormentata epoca del bail in. Come tutti i percorsi mai battuti prima, è ricco di incognite, ma anche di novità già definite e cruciali per la vita della banca, degli investitori e dei risparmiatori. Vediamole.
Partiamo dai tempi. Ottenuto il via libera europeo, il calendario appare piuttosto scandito.

Le prime mosse
Nelle prossime settimane, e comunque entro luglio, due decreti del ministero dell’Economia apriranno le danze operative. Il primo farà scattare il burden sharing, cioè la condivisione dei costi chiesta dalle regole europee (4,3 miliardi nel caso del Monte dei Paschi, poi alleggeriti da 1,5 miliardi di rimborsi ai piccoli investitori) per permettere il salvataggio di Stato; il secondo provvedimento, in realtà contestuale al primo, farà invece partire l’acquisto di azioni (con sconto del 25%) che metterà il Tesoro al vertice di Mps.
Il medio periodo
Il Monte “statalizzato”, i cui titoli torneranno a essere quotati in Borsa in autunno, sarà di proprietà del ministero dell’Economia per il 70%, e tale dovrebbe rimanere fino al 2021, data entro la quale le azioni del Tesoro dovranno tornare sul mercato.
Avere il Mef al comando offre una garanzia importante al Monte, dopo anni sull’ottovolante e dopo lunghi mesi «da pronto soccorso» (altra immagine di Morelli). Ma impone anche condizioni pesanti, indispensabili a non far uscire la banca dai binari stretti delle regole europee scritte per limitare gli aiuti di Stato
Le nomine
Com’è ovvio, è l’azionista di maggioranza ad avere la parola decisiva sulle nomine degli amministratori. Da questo punto di vista, in realtà, non ci saranno sorprese, perché lo stesso Padoan è intervenuto (l’ultima volta l’altroieri, alla conferenza stampa post via libera della Ue) per ribadire la fiducia nei vertici attuali. Il mandato, ha però voluto ricordare ieri Morelli, «è a disposizione dell’azionista in qualsiasi momento»
I compensi
La disponibilità di Morelli e colleghi ha dovuto fare i conti anche con un taglio di stipendio che, nel caso dell’ad, viaggia intorno al 70 per cento. A imporlo è il paragrafo 38 della comunicazione Ue del 2013 sul settore bancario, che in caso di aiuto di Stato chiede agli istituti sostenuti dal denaro pubblico di «applicare politiche severe in materia di retribuzione dei dirigenti». Tradotto in cifre, il vincolo non permette di concedere a nessuno stipendi superiori a «10 volte il salario medio dei dipendenti della banca». In base all’ultimo bilancio, il Monte l’anno scorso ha speso in media 47.135 per lo stipendio lordo (ovviamente senza oneri previdenziali e Tfr) di ognuno dei 24.560 dipendenti attuali. Il compenso totale di Morelli dovrebbe quindi attestarsi intorno ai 471mila euro lordi, contro gli 1,46 milioni previsti dal contratto iniziale. Morelli, che è amministratore delegato e direttore generale, aveva già girato 200mila euro, cioè al 50% del compenso da ad, a Mp solidale, l’iniziativa di welfare aziendale della banca, ma ora il taglio diventa decisamente più consistente. «Ho la mia opinione sul fatto che in un piano pluriennale non ci sia una forma di incentivazione – ha spiegato ieri il diretto interessato – ma ho accettato». A scendere scendere sarà anche il compenso del presidente Alessandro Falciai, 500mila euro come quello del suo predecessore Massimo Tononi (che aveva devoluto tutto a Mp solidale).
A pagare un pegno pesante sull’altare della ristrutturazione saranno anche i dipendenti. Il piano prevede una riduzione di organico da 5.500 persone, in un conto che però comprende anche i 600 dipendenti già usciti a maggio e 500 nuove assunzioni messe in calendario da qui al 2021. Al netto di questi due fattori, le nuove uscite effettive saranno quindi 4.900, fra cui 1.200 legate al turn over naturale e alla cessione o chiusura di attività. Quest’ultimo caso riguarda in particolare i 450 dipendenti impegnati nelle filiali estere che però, come precisato dai sindacati, non hanno il contratto bancario e non sono coperti dal fondo esuberi, cioè il paracadute che secondo il piano accompagnerà tutti gli esodi italiani su base volontaria. Per quest’anno dovrebbero essere in programma altri 900 addii, portando quindi il totale del 2017 a quota 1.500. I costi di ristrutturazione valgono 1,15 miliardi: nel caso delle due venete il costo degli esuberi per l’acquisizione di Intesa, circa 3.900, sarà di 1,29 miliardi.
Sempre nell’ottica di limitare al minimo il raggio di azione degli aiuti di Stato, la comunicazione Ue del 2013 fissa limiti precisi all’attività della banca sostenuta dal Tesoro.
Niente dividendi
Fino a che il Mef rimarrà in cima all’elenco degli azionisti, la banca non potrà pagare dividendi sulle azioni né cedole sui bond con pagamento discrezionale o sugli strumenti ibridi di capitale. Chi vorrà investire nelle azioni della Siena “statalizzata”, quindi, dovrà confidare nella moltiplicazione di valore promessa dal piano di ristrutturazione: una prospettiva, questa, in cui spera prima di tutto lo Stato, che punta a recuperare così («anche con un premio», come auspicato da Padoan) i 5,4 miliardi investiti nel salvataggio tra ricapitalizzazione e rimborsi ai risparmiatori.
Niente pubblicità
Alla banca sostenuta dai contribuenti è vietato anche «applicare pratiche commerciali aggressive», una definizione ad ampio raggio che però incontra nelle stesse regole Ue indicazioni più precise. La banca non potrà attirare clienti vantandosi in termini pubblicitari del fatto di avere un azionista solido come lo Stato, e più in generale dovrà tenersi lontana da «qualsiasi strategia commerciale aggressiva che non avrebbe luogo senza il sostegno dello Stato». Ovviamente la proprietà statale del Monte è tutt’altro che un segreto, avendo campeggiato per mesi al centro del dibattito politico e dei titoli di giornali e telegiornali; ma, per fare un esempio brutale, non potrà tradursi in comunicazioni di marketing che promettano condizioni agevolate in fatto di rischi di investimento o di costi di finanziamento grazie al fatto che nel bilancio ci sono i soldi pubblici.
Acquisti limitati
Praticamente chiusa resta poi la strada delle acquisizioni. Fino al ritorno pieno sul mercato, il Monte non potrà rilevare partecipazioni in imprese, «sia che si tratti di un trasferimento di attivi che di azioni», con poche eccezioni. Sfuggono al divieto solo le acquisizioni che nascono dalle «ordinarie attività bancarie», nei casi cioè di conversione del credito in azioni, oppure i mini-acquisti: l’unico shopping libero è infatti quello che non supera lo 0,01% dell’ultimo stato patrimoniale della banca, e a condizione che il totale delle acquisizioni negli anni del piano non valga più dello 0,25 per cento (sempre dello stato patrimoniale). Le uniche eccezioni sono rappresentate dagli acquisti indispensabili a garantire la stabilità finanziaria, che devono però essere autorizzati dalla commissione Ue.
La commissione diventa nei fatti un componente ingombrante nella cabina di regia della banca, perché dovrà autorizzare tutte le operazioni di gestione del capitale e gli eventuali riacquisti di azioni proprie o di strumenti ibridi.
La ricapitalizzazione precauzionale porta con sé la diluizione degli azionisti, dopo le perdite pesanti già subite in questa lunghissima crisi del Monte (-87,3% nell’ultimo anno prima della sospensione, -96,5% negli ultimi tre anni); sull’altare del burden sharing devono portare la loro offerta anche gli obbligazionisti subordinati, che vedranno i loro titoli convertiti in azioni.
Qui scatta il meccanismo dei rimborsi, con gli 1,5 miliardi messi in conto dallo Stato per il riacquisto delle azioni che finiranno nei portafogli dei piccoli risparmiatori in seguito alla conversione dei loro titoli subordinati. Come previsto dal decreto di Natale che il governo ha battezzato «salva-risparmio», i bond junior in tasca ai circa 40mila piccoli investitori che nel 2008 hanno acquistato (o, meglio, si sono visti assegnare) allo sportello della banca l’emissione Upper Tier II saranno convertiti in azioni, come prevede il burden sharing, ma a settembre accederanno all’offerta di riacquisto delle azioni in cambio di bond ordinari, più tutelati dei junior. L’offerta è legata alla cancellazione dei rischi legali ma, hanno assicurato ieri mattina i vertici della banca, gli 1,5 miliardi saranno sufficienti a tutelare tutti i bondisti subordinati retail. A obbligazionisti senior e depositanti, invece, con la ricapitalizzazione precauzionale non accade nulla.

Gianni Trovati

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