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Dipendenti No Vax messi in ferie forzate: il verdetto è un caso

Avevano detto no al vaccino ed erano stati messi in ferie forzate per due settimane. Hanno fatto ricorso, paventando l’ipotesi della sospensione senza stipendio, ma il giudice del lavoro ha dato loro torto: l’imposizione delle ferie è corretta.

Succede tutto nel Bellunese, dove dieci operatori sociosanitari di due case di riposo, che avevano rifiutato Pfizer, sono stati obbligati a rimanere a casa per quattordici giorni con la possibilità di essere sospesi e non pagati nel caso in cui continuino a sottrarsi al vaccino. «La loro permanenza nelle Case di riposo comporterebbe la violazione dell’obbligo che impone al datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei suoi dipendenti», scrive il giudice Anna Travia. Quanto al timore di rimanere senza stipendio, il magistrato ha liquidato la cosa come «insussistente» perché non c’è «alcun elemento da cui poter desumere l’intenzione del datore di lavoro di procedere in tal senso o al licenziamento». In realtà, il rischio c’è, come dice lo stesso amministratore della Servizi sociali assistenziali (Sersa), Paolo Santesso, una delle due strutture in questione: «Vediamo cosa succede il 25 marzo, prossimo appuntamento del calendario vaccinale. Se i nostri operatori (sono 8 su 80) dovessero persistere nel rifiuto, considerato che il medico del lavoro li ha giudicati inidonei al servizio di assistenza ai nostri ospiti, verificheremo se c’è la possibilità di impiegarli in altre mansioni e, nel caso non ci fosse, dovremo procedere alla sospensione».

La vicenda che ha portato in Tribunale la Sersa e la Sedico Servizi solleva dunque un problema complesso. Da una parte il diritto dei lavoratori di rifiutare il vaccino, dall’altra il dovere del titolare dell’impresa di garantire la sicurezza del luogo di lavoro, dei dipendenti e, nel caso delle Rsa, anche degli ospiti, considerate persone fragili. Da una parte cioè l’articolo 32 della Costituzione, invocato dagli operatori No Vax, secondo cui «nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario», dall’altra l’articolo 2.087 del Codice civile, preteso dall’azienda, che attribuisce all’imprenditore l’obbligo «di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità dei lavoratori».

Il professor Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, pone un punto fermo: «Per essere obbligatoria, la vaccinazione richiede una legge, non può essere imposta dal datore di lavoro. È dunque escluso innanzitutto il licenziamento». E la sospensione dal lavoro non retribuita? «Non si può sanzionare il lavoratore che non ha commesso alcun illecito. Si può solo organizzare il lavoro in modo da evitare il maggiore rischio di contagiare altri che, a pandemia ancora in corso, può verificarsi, per i non vaccinati».

Le motivazioni

«La loro permanenza contrasta con l’obbligo di tutelare l’integrità fisica del personale»

Dal punto di vista del sindacato «il rischio è quello di mettere in crisi le strutture sanitarie che già hanno problemi di organico — spiega Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind che tutela le professioni infermieristiche —. Il provvedimento del giudice di Belluno penalizza i No Vax che saranno spinti a vaccinarsi, altrimenti non mangiano».

Va detto che secondo Anaao-Assomed e Fnopi, cioè il maggior sindacato dei medici ospedalieri e la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, ad oggi, in Italia, appena un centinaio di infermieri su un totale di 254 mila, e l’1-2% dei medici ospedalieri (tra 1.140 e 2.280 su un totale di 114.000 attivi) ha rifiutato la vaccinazione anti-Covid.

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