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Il dilemma delle Banche

Due fra le maggiori banche centrali si pronunciano oggi sulle loro mosse. L’attesa dei mercati si mescola ad una sorta di preoccupato scetticismo, l’impressione che qualsiasi cosa facciano, i banchieri centrali siano sempre meno efficaci. Bank of Japan e Federal Reserve affrontano situazioni quasi diametralmente opposte, ma le critiche e la sfiducia non risparmiano né l’una né l’altra. Il Giappone è un malato cronico dell’economia mondiale, non ha mai veramente superato la sua depressione degli anni Novanta, le brevi e debole riprese sono state delle parentesi irrilevanti tra una ricaduta e l’altra. L’America è tra i paesi sviluppati il più dinamico, cresce da oltre sette anni, ma ad un ritmo comunque inferiore rispetto ai periodi migliori; inoltre la crescita attuale non richiama in modo adeguato le fasce di popolazione che sono uscite dalla forza lavoro attiva. I problemi che la Fed e la Banca centrale giapponese non riescono a risolvere, si estendono con alcune varianti all’Europa. Le misure della Bce, largamente copiate dall’arsenale della Fed, non risollevano il Vecchio continente dalla stagnazione. È colpa delle banche centrali che non hanno sufficiente coraggio e inventiva? O stiamo chiedendo semplicemente l’impossibile alla politica monetaria, mentre altri strumenti di governo dell’economia sono stati abbandonati?
I mercati si attendono che ad agire oggi sia la Banca del Giappone. Potrebbe tagliare ulteriormente i suoi tassi direttivi, che già a febbraio erano scesi sotto lo zero (meno 0,1%). Potrebbe anche aumentare ulteriormente la liquidità che pompa sui mercati attraverso l’acquisto di titoli pubblici, obbligazioni e perfino azioni. Questo “quantitative easing” procede al ritmo di 80.000 miliardi di yen all’anno (circa 750 miliardi di euro) e potrebbe essere rafforzato fino a 100.000 miliardi. Finora quella terapia ha deluso: l’inflazione giapponese scende anziché risalire, un pessimo segnale perché i rialzi dei prezzi sono un sintomo di ripresa, soprattutto se a generarli c’è un aumento dei consumi.
Dalla Federal Reserve, invece, i mercati non si aspettano nuove mosse oggi. L’America – a differenza di Europa e Giappone – è l’unica economia alla quale sarebbe logico applicare un rialzo dei tassi d’interesse. Sette anni di crescita sono tanti, in base alla casistica storica delle precedenti riprese. Di solito, arrivati a questo punto del ciclo, un’economia si sta surriscaldando ed è ora di premere sul pedale del freno. Ma a questa economia non si applicano più le regole del XX secolo. Il tasso di disoccupazione ufficiale è sceso al 4,9% ma nel secolo scorso con un mercato del lavoro così florido ci sarebbe un rovesciamento dei rapporti di forze tra dipendenti e imprese, un’ondata di rivendicazioni salariali, e un conseguente aumento dell’inflazione. Invece anche negli Stati Uniti l’inflazione langue, al di sotto del 2% che la Fed considera il ritmo di aumento dei prezzi in un’economia in buona salute. Il declino dei sindacati è una delle spiegazioni. Un’altra è l’espulsione silenziosa di fasce di lavoratori che hanno perso fiducia nelle proprie capacità, e non cercano più lavoro in maniera attiva, quindi spariscono dai radar delle statistiche. La Fed è tutt’altro che sicura che questa ripresa americana sia abbastanza robusta da richiedere una frenatina sotto forma di rialzo dei tassi. Al modestissimo ritocco all’insù di fine 2015, seguirà probabilmente un altro aumento di un quarto di punto, ma solo a dicembre. Questa è l’aspettativa più diffusa sui mercati.
L’inondazione di liquidità generata dalle banche centrali di tutto il mondo, i tassi negativi, e altre misure «eterodosse», sembrano capaci di generare ogni sorta di distorsioni e bolle speculative sui mercati finanziari. Dove la loro presa è deludente, è sull’economia reale. I fattori strutturali che causano «stagnazione secolare» si chiamano calo della popolazione attiva, produttività ferma, diseguaglianze record, debolezza del potere d’acquisto. Tutte patologie che chiamano in causa le politiche di bilancio, a cominciare da fisco e spesa pubblica. «Missing in action».

Federico Rampini

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