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Il dilemma della flat-tax: meglio single o associato?

Non potrà essere solo la calcolatrice a guidare i professionisti nella scelta se aderire o no alla flat tax. Il vantaggio fiscale è indubbio per la gran parte dei lavoratori autonomi che, dichiarazioni alla mano, si trovano al di sotto della fatidica soglia dei 65 mila euro per l’applicazione della tassa piatta al 15%. Secondo le simulazioni del Consiglio nazionale commercialisti il risparmio fiscale potrebbe arrivare fino a 12mila euro l’anno per chi sfiora proprio il limite massimo di fatturato. Ma il confronto tra i due regimi fiscali non è l’unico fattore da tenere in considerazione prima di scegliere se aderire o no al regime forfettario a partire dal primo gennaio.
Le incompatibilità
La norma infatti (articolo 4 del Ddl di Bilancio), oltre ad alzare la soglia di fatturato, pone anche importanti esclusioni e incompatibilità. Niente flat tax, ad esempio, per i professionisti che partecipano a società di persone, srl o imprese familiari. Stesso divieto anche per chi si è organizzato in studio associato (si veda l’articolo in basso) e in Stp. Il regime agevolato è precluso anche a chi svolge la professione prevalentemente nei confronti di un soggetto che è stato anche suo datore di lavoro nei due anni precedenti. Come spiega la relazione di accompagnamento, la ratio è di «evitare artificiosi frazionamenti delle attività d’impresa o di lavoro autonomo svolte o artificiose trasformazioni di attività di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo». Di fatto, però, molti lavoratori autonomi dovranno rivedere la propria struttura organizzativa.
Lo stop all’associazione
In tanti potrebbero preferire di “sciogliere” l’associazione professionale, per trasformarsi in collaboratori a partita Iva e suddividere così anche il fatturato. Soprattutto tra i giovani. I 22mila commercialisti sotto i 43 anni ad esempio hanno un reddito medio di 38mila euro, mentre l’8% dei giovani avvocati ne dichiara 48mila.
Dal punto di vista organizzativo “separarsi” significa riorganizzare tutto: dalla carta intestata, al nome dello studio e, naturalmente, alla contabilità e con essa anche i codici Sdi per la fattura elettronica appena ottenuti. Anche i dipendenti dello studio associato dovranno cambiare datore di lavoro e venire riassegnati al singolo professionista.
Alberto Vermiglio, presidente dei giovani avvocati intravede il rischio della perdita di molte chance di lavoro: «L’associazione è un bel biglietto da visita perché si possono offrire competenze multidisciplinari, oggi sempre più richieste dai clienti».
Sui commercialisti, in particolare, pesa l’incompatibilità con qualsiasi quota azionaria. Spiega Daniele Virgilito, presidente Ungdcec (Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili): «Sempre più spesso, ad esempio per le start up, si parla di “work for equity”, ovvero ai colleghi giovani la consulenza viene remunerata in parte con quote, anche per la difficoltà a liquidare le parcelle». Quindi il divieto colpirebbe le formule organizzative più nuove. Non mancano tra i giovani i commercialisti coinvolti negli incubatori di start up.
Per Sergio Giorgini, vicepresidente del Consiglio dei consulenti del lavoro «la flat tax è un incentivo alla frammentazione, mentre la nostra categoria al contrario ha investito molto sulla crescita e l’aggregazione degli studi». E cita il boom dei 250 mila euro di contributi Enpacl per le aggregazioni e l’ammodernamento studi andati esauriti nel 2017.
Le associazioni premono quindi per ridisegnare il nuovo regime forfettario (si veda il box a fianco), senza perdere i vantaggi fiscali. «Vanno riviste le incompatibilità». Anche Giorgini invita «allo stralcio dei divieti». Vermiglio vuole a tutti i costi salvaguardare le formule associative: «La soglia per la flat tax dovrebbe essere applicata sul reddito individuale anche in presenza di un partita Iva unica dello studio associato».

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